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Operosità infantile

Ripartita nostra figlia, abbiamo in custodia la merce, un deposito tanto agognato durante il periodo restrittivo del Coronavirus: tredici chili di preziosissima roba distribuita in un metro meno due centimetri di bimba.
Lei, questo schizzo di donna – tre anni e mezzo – di nome Teresa, dopo un po’ mi fa un discorso della cui importanza non c’è che da prendere atto:
– La mia mamma ha detto che se mi manca la posso pensare.
– La mia mamma ha detto di provare se funsiona (per ora la zeta è sopraffatta in modo irriguardoso dalla esse). Quindi – precisina la pargoletta – specifica:
– Mi manca la mia mamma. Adesso.
– Allora pensala – le suggerisco. E a me stessa con un filo di inquietudine:
– Cominciamo bene. In caso di attacchi di malinconia ripetuti bisognerà passare all’azione: si prende la macchina e si procede con la resa del prodotto ai legittimi proprietari (rassicurante possibilità risolutiva).
Gli occhietti semichiusi, la manina sul mento a sostenere il visetto compunto, l’espressione concentrata, passati ben cinque secondi necessari per comunicare in via telepatica oltre il confine regionale, la piccola proclama:
– Ecco: pensata.

Se la nostalgia è cosa tanto effimera, mi posso tranquillizzare per i tre giorni in cui avremo l’affidamento in gestione.
Compiuto il rito dimostrativo di amor filiale, breve ma decisamente intenso, le avventure possono incominciare.
Teresa, consapevole che gran parte del tempo sarà condiviso con Emma, la cugina di sette anni che nel frattempo l’ha raggiunta, è più elettrizzata di un parafulmine colpito da una scarica.
Due testoline, due menti, centomila idee.
Confortante il pensiero che, nella società da loro stipulata senza contratti, ma non per questo mancante di obiettivi comuni, potrò tirarmi in disparte, far prevalere spazi di osservazione piuttosto che d’intervento.
Effettivamente al momento sembra che le due si assumano tutti gli oneri – dalla fase di avvio, che non richiede che uno sguardo d’intesa tra loro, saltando la pianificazione – ed eccole pronte all’operatività. E di operatività devo aspettarmene tanta.
Conosco già, per sperimentata esperienza, che ciò che mancherà sarà la parte relativa alla chiusura del progetto, nello specifico la sistemazione, cui dovrò dedicarmi con lavoro straordinario.
Ogni volta mi stupisco della rapidità che hanno nel buttare all’aria la casa in una decina di minuti. Ma nei giorni di isolamento non ho forse dato nuovo ordine alle priorità della vita? Cosa non avrei fatto per abbracciare le artefici di tanto scompiglio? E lasciamole fare!
Forse indovinando i rimasugli di questo conflitto interiore, le bambine ritengono che, per distrarmi, sia indicato affidarmi subito una mansione: mi ritrovo assunta senza richiesta di curriculum – potrei anche essere sterminatrice di pargoli – come baby sitter con contratto a tempo molto, molto determinato. Mi viene consegnata Elena, bambola cui devo prestare le cure primarie, dall’alimentazione all’abbeveraggio, il cambio al bisogno, ma dovrò anche essere pronta a tutto, perfino a salvarle la vita, in caso di malattia. Tutti sanno che le bambole sono particolarmente predisposte ad ogni genere di patologia e, pur non incidendo nel sistema sanitario dal punto di vista economico, hanno continuo bisogno di cure mediche.
– Sta male!
– E cos’ha?
– Un’irritasione.
Ah! Per le irritazioni con la zeta di solito si mette una pomatina; quelle con la esse sembrerebbero meno preoccupanti. Comunque ora sono affari miei, visto che coloro che si dovrebbero occupare di Elena, consegnatami la creatura, si stanno cimentando in gare di ballo. Invidiabile la leggerezza con cui si sbarazzano della cura dei piccoli per dedicarsi a se stesse, scelta non punibile, peraltro nemmeno ostacolata dalle riviste psicologiche.
Meglio: l’irritasione passerà da sola.
Ma – rifletto – se le baby sitter, durante il servizio, data un’occhiata ai soggetti affidati, conciliano il dovere con lo studio, con lunghe telefonate ai fidanzati, con messaggi whatsapp, perché non intraprendere anch’io altre attività? Visto che le due – momentaneamente occupate nel ruolo di artiste – a qualche ora dovranno essere alimentate, potrei dedicarmi alla cucina, ma non per questo abbandono il dialogo con la
bambola:
– Adesso prepariamo la pappa, poi la mamma e la zia torneranno dal lavoro. Chiamiamolo lavoro, mettendo da parte la tentazione di fare la spia.
In questa comunicazione metto particolare attenzione al tono di voce affinché risuoni nell’altra stanza, in modo che le mie datrici di lavoro intendano che l’incarico assegnatomi viene svolto con coscienza.
Poco dopo però devo spegnere i fornelli, poiché vengo prelevata e costretta ad abbandonare Elena al suo destino per seguire una prima rappresentazione scenica che parte con una poesia natalizia – suggestiva pure ad inizio estate – per toccare il canto e culminare con una storia dove i personaggi invischiati nelle più impensabili calamità, in un attimo superano tutto, si riscattano e non possono che vivere felici e contenti.
E’ un annodarsi di voci, un garbuglio di capelli biondi e castani che svolazzano, due figurine dalle mani intrecciate si sostengono in saltelli dove il fatto che una sembri spiccare il volo e l’altra ripiombi subito a terra non toglie un briciolo di armonia ai movimenti.
Guardandole, mi sento ricompensata per la lontananza dei mesi passati. Sono affascinata dalle modalità relazionali messe in atto: il senso di protezione di Emma, la sua indulgenza nel rispettare i tempi della piccola la quale a volte difende con precisione il suo punto di vista, in altri momenti, invece, riconosce la comprovata esperienza altrui per maggiore età. Ciò che mi fa riflettere sono due atteggiamenti che noi adulti spesso dimentichiamo: la condivisione e l’ascolto condivisi. Proprio ora le capacità consolatorie della grande bloccano un disappunto della piccola, cosicché quel metro meno un pugnetto di consistenza la guarda dal basso in alto e si affida.

Poco dopo, ritornata in cucina con la scusa di Elena che si dispera, avverto che di là sono passate a tutt’altra occupazione.
Quando mi affaccio vedo schierata sul pavimento un’intera arca di Noè. Tigri feroci convivono lietamente con asinelli, giraffe della savana si sono integrate tranquille insieme alle caprette di Heidi. Pure Oscar, il gatto in carne ed ossa, abituato a cacciar farfalline – mi sembra di vedere la sua autostima aumentare sotto gli occhi – si sta muovendo tra coccodrilli e pantere.
Chiedo impudente: – Ah, è uno zoo?
Due paia di occhi sgranati, l’uno nocciola e l’altro verdi rimarcano la mia imperdonabile superficialità.
Con espressione tra il severo e l’indignato, Emma mi ricorda:
– Non si fanno gli zoo, non fanno bene agli animali. Questo è un bosco libero.
Ah. Brutalmente richiamata, retrocedo in questo bosco libero dove si fatica a passare, ma un transito agevole sarà mica, come dicevo prima, una priorità della vita?! Comunque tanta sensibilità non ammette replica. Penso anche che buona parte di questa fauna, dopo aver beneficiato della ventata di libertà, si opporrà alla prigionia dentro lo scatolone e troverà rifugio dietro il divano, sotto il tappeto, in mezzo alle piante: come sempre, a me l’ingrato compito, per i giorni a venire, di scovare e riportare in reclusione i latitanti.
A questo proposito, si affaccia alla mente il ricordo dell’ultimo soggiorno di Teresa a casa nostra, lo

schieramento simile di animaletti, la richiesta di riordinare, eseguita a dir la verità. Più tardi sento mio marito imprecare con la stampante che non funziona. Niente di nuovo – perché la tecnologia infierisce soprattutto con quelli della nostra età, in un rapporto di reciproca incomprensione? – ma dopo poco appare tenendo in mano un paio di calzini.
Sai dov’erano? Dentro la stampante!
Teresa che ha sentito tutto, consapevole che lei è parte in causa, spunta guardandoci con l’aria seria:
– I calsini servono a tener caldo l’ippopotamo.
– Quale ippopotamo?
– Quello che è ancora dentro al cassettino.
Non osiamo fiatare: mio marito per essersi imbattuto in tanta puerile delicatezza, io per la commozione dinnanzi al ricongiungimento, in casa nostra, di due – dico due – calzini che in genere tendono ad intraprendere vite singole autonome.

Quanti episodi, quanti aneddoti vorremmo accumulare prima che queste bambine, diventando adolescenti, chiudano le loro mani aperte dentro braccia conserte, trasformino la luce che brilla negli occhi in uno sguardo insofferente, annientino l’incanto con il disincanto.
Visto che il tempo è bellissimo, propongo di uscire in giardino dove Emma e Teresa si possono muovere in piena libertà.
Io mi sistemo sulla sdraio perché, se loro due vivono il presente, com’è giusto, io devo pensare al mio futuro, nello specifico a quello del mio apparato osteoarticolare, quindi decido che per il momento farò solo la spettatrice. Così oppongo no decisi ai tentativi di coinvolgermi in quello che fanno: la mia risposta ad ogni richiesta di partecipazione attiva si racchiude nella frase:
– No, mi sto rilassando.
Raddoppio o quadruplico le “esse” del verbo in modo che la parola suoni categorica, sbaragli altri tentativi di spodestarmi. Dalla posizione potrei accettare solo incarichi direttivi: il comando a distanza. – Potreste (voi, solo voi) fare il gioco di “strega comanda color”. Andata! Passatempo vecchio, ma accolto con entusiasmo. Le bimbe si buttano a capofitto nella ricerca dei colori che, purtroppo, ad un certo punto finiscono, riconoscendo che sarebbe pura perfidia farle cercare il blu di Prussia o il grigio antracite.
Capitolate di fronte al mio evidente stato di pigrizia, le nipoti si buttano nella botanica: Teresa nella raccolta di pratoline dal gambo sfuggente che si ribellano ad un assestamento in un mazzetto ordinato nelle sue manine, mentre Emma sta spogliando qualche pianta officinale. Attività distinte ma finalità comune che sfocia, poco dopo, in un miscuglio gradito all’olfatto ma decisamente – ne sono sicura – non al palato.
– Bevi.
– Cos’è?
– Una posione.
– Una chee?
– Una posione magica.
Ho capito, mi stanno fregando: io, bevendo quell’intruglio, divento un dinosauro o una libellula -accattivante quest’ultima idea – e loro mi stanano dalla sdraio. Così tergiverso per rimandare il momento dell’assaggio, annaspando nella ricerca di valide motivazioni.
Nella vita, però, non si può prevedere da dove arrivi la salvezza. Proprio in questo istante è rappresentata dal suono noto di un clacson: è il camioncino dei gelati che suscita un richiamo ancora più potente di
quel carro che accompagnò il povero Pinocchio nel paese dei balocchi. In mezzo a grida di acclamazione ogni attività viene abbandonata e, per fortuna, l’accozzaglia di erbe con cui dovrei trasformarmi in chissà che cosa finisce dimenticata sul prato.
Poco dopo, sedute sulla panchina appoggiata al faggio del giardino, le bambine sono intente in un’impresa seria: sono necessarie attenzione e coordinazione per leccare la pallina girando il cono in modo da recuperare le gocce di cioccolato che, anarchiche, scivolano verso il basso.
Prima che possa invitarle a darsi una ripulita, in un moto di affetto che non posso o forse non voglio schivare, me le ritrovo una per fianco, abbracciate a me in un espandersi aromatico che sa di buono, di fiori, di piante officinali. Le respiro a fondo, mentre mi offrono quei due musetti, tutti impiastricciati. Mi trasferiscono, insieme al loro affetto, qualche sbaffo di gelato. Non vado matta per il gusto cioccolato, ma questa volta ha un sapore diverso: non è niente male!

Loretta Casagrande

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