
Da marzo è in libreria “Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin” di Lavinia Fonzi (Vallecchi Editore 2026, 508 p.).
Al British Museum di Londra è conservata un’imponente collezione di sculture antiche note come Marmi di Elgin. Fregi, metope, frontoni, cariatidi, elementi architettonici provenienti dal Partenone e da altri edifici dell’Acropoli di Atene. In loco, invece, sono esposte copie degli originali. Dal momento che la Grecia non è mai stata un dominio di Sua Maestà, vi sieti chiesti il motivo della dislocazione?
A raccontarci la biografia di colui che ideò, promosse, finanziò la rimozione e il trasporto di tali capolavori in Gran Bretagna, affrontando sfide senza precedenti, è la scrittrice e divulgatrice culturale Lavinia Fonzi. A lei l’onore e l’onere di tratteggiare senza faziosità il profilo umano e pubblico di Thomas Bruce, conte di Elgin, consegnato alla Storia da un’impresa artistica tuttora divisiva. La sua fu una missione culturale? Un salvataggio? Oppure un saccheggio?
Ringraziamo l’ufficio stampa 1A comunicazione e la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.
Trama di Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin
Il libro segue passo passo la vita di Thomas Bruce, settimo conte di Elgin (1766-1841), e delle persone con cui entrò in contatto. Si apre nel verde della Scozia. Chiude il sipario sul grigiore di Parigi. Fitta, appassionante, scorrevole, la trama intreccia diversi filoni. Ne ripercorre la carriera diplomatica che culmina con l’incarico di ambasciatore britannico presso il Sultano di Costantinopoli. Valorizza la sua passione per il mondo antico germogliata, pare, dopo una rappresentazione shakespeariana. Anche se la freccia di Cupido scocca all’università con lo studio del greco.
“Thomas guardò attentamente le scene che raccontavano la vita di Giulio Cesare. Non riusciva a staccare gli occhi dal palcoscenico, dalle vicende che lo riportavano al mondo antico. Gli sembrava di toccare con mano l’antichità, gli sembrava di esserci dentro“
Illumina il privato di un idealista incompreso dai più che si giocò tutto per inseguire un sogno, senza fermarsi di fronte alla mala sorte, alle calunnie, alla diffidenza dei contemporanei. Una tempra ambiziosa costretta dal destino a misurarsi con lutti, rovesci di fortuna, umiliazioni, delusioni, una salute cagionevole ed eventi storici eccezionali. Infine mette in primo piano la fase in cui Napoleone ridisegna l’Europa, mentre il Regno Unito contende alla Francia il controllo del Medio Oriente e la benevolenza dell’Impero Ottomano, di cui allora la Grecia faceva parte.
Recensione
Lavinia Fonzi scrive un romanzo molto bello che ho letto d’un fiato. L’obiettivo è restituire umanità e profondità psicologica a una figura controversa, generalmente conosciuta tra gli addetti ai lavori.
Il libro parla a più cuori. Incrocia storia e invenzione, pubblico e privato, una solida documentazione e una verosimiglianza altrettanto solida laddove il margine di libertà lo permette. I dialoghi sono credibili e tarati su figure realmente esistite. Pertanto mi sento di affermare che il romanzo metterà d’accordo un vasto pubblico. Anime romantiche e avventurose. Pragmatici e sognatori. Appassionati di storia, storia dell’arte, archeologia e di quella biografia romanzata che strizza l’occhio alla saggistica divulgativa. Ecco uno dei passi sulla sorte, assai travagliata, dei capolavori di Fidia:
“Tra le mura del Partenone i Turchi avevano allestito una moschea che con le sue forme sproporzionate pareva profanarne la bellezza. Elgin sapeva che quella era soltanto una delle disavventure affrontate dal Partenone, adibito nel Seicento a polveriera. Durante la guerra che aveva opposto la Repubblica di Venezia all’Impero Ottomano, i veneziani avevano assediato l’acropoli, dove i Turchi si erano asserragliati. Un colpo di mortaio partito dalle schiere della Serenissima aveva colpito il Partenone, causando una grande esplosione che aveva completamente distrutto il tetto e il corpo centrale. Era il 1687. Da allora il tempio giaceva abbandonato, negletto dai suoi stessi abitanti e ammirato da quei rari viaggiatori che dall’Europa avevano l’ardire di sfidare i divieti dei Turchi“
Pensate che i locali ne avevano sfruttato le statue come materiale da costruzione. E qualche straniero aveva sottratto il souvenir di un frammento. La nostra sensibilità inorridisce. Ai tempi di Lord Elgin si ragionava diversamente. Però tra i contemporanei ebbero la meglio i detrattori, capeggiati da Lord Byron, che lo accusarono di furto offuscandone l’immagine pubblica.
Un passo indietro
È vero che il Rinascimento si interessò allo studio dell’antico. Ma per il concetto di tutela, conservazione, proprietà dei Beni culturali dobbiamo aspettare la legislazione del XIX e XX secolo. All’epoca dei fatti, per esempio, il restauro implicava integrare le parti mutile con altre costruite ad hoc. Oppure impadronirsi di opere antiche da portare in patria era una prova di potere politico. Lo dimostrano le requisizioni ordinate nei territori occupati da Napoleone che entra a gamba tesa nella vita del protagonista. Quante volte il Corso gli mise i bastoni tra le ruote. Senza contare che nel secondo Settecento la mania antiquaria contagia il Vecchio Continente, complici le scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei, il Winkelmann, l’estetica del Neoclassicismo.
Rispetto ad altre pubblicazioni, Lavinia Fonzi non si sofferma più del necessario sul documento emanato dal Sultano che avrebbe legittimato l’asportazione dei marmi. Una vexata quaestio degna di una trattazione a parte. In compenso approfondisce l’uomo, il figlio, il marito, il padre, il diplomatico e lo studioso con una visione a tutto campo. Mentre le motivazioni dell’impresa artistica di Lord Elgin sono ricondotte a una multifattorialità che prese corpo in corso d’opera. Al centro campeggia sempre l’amore per l’antico, il desiderio di salvare dal degrado i capolavori della Grecia classica per permettere al mondo di ammirarli e studiarli dal vivo. Questa biografia parla del potere seduttivo (e distruttivo) di un sogno. Ed è proprio nel sogno e nelle avversità affrontate a testa alta per realizzarlo che il protagonista trova la sua grandezza.



