“Tito Andronico” – William Shakespeare

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Voto redazione

Data di pubblicazione

30 Mag, 2020
7

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Connessione con l'aldilà

Un libro di Aversano M. Lolita

È un giovane William Shakespeare ad aver proposto il “Tito Andronico” nei teatri britannici nel 1594. Si reputa che questa tragedia, apparentemente l’unica a essere ambientata storicamente e a non essere basata su una storia vera, sia la sua prima a essere stata scritta. Dello stesso autore “Amantideilibri.it” ha commentato “Sogno di una notte di mezza estate”, “Molto rumore per nulla” e letto alcuni sonetti d’amore.


Trama di Tito Andronico

tito-andronico-copertinaI personaggi principali del “Tito Andronico” sono il generale romano Tito Andronico e la regina dei Goti, Tamora.

La prende prigioniera e la priva di un figlio per vendicare i soldati romani uccisi in battaglia, dando origine a una lotta interna.

Tamora è incinta del perfido Aaron e comanda agli altri suoi due figli di violentare Lavinia, figlia di Tito, che lo ha scoperto e affinché non parli le tagliano la lingua. In più, fanno in modo che vengano accusati i figli di Tito Andronico e per questo puniti. E questo accade solo nei primi due dei cinque atti.

 

Recensione

Partiamo da questo presupposto: già soltanto a leggerla, la tragedia appare gratuitamente efferata. Figuriamoci a rappresentarla. Cannibalismo, mani tagliate, decapitazione, violenza sessuale: è ispirata al truce teatro di Seneca che nell’epoca elisabettiana andava per la maggiore e si prestava sicuramente a una spettacolarizzazione impressionante. Il primo, ironico commento che viene da fare è “Strano, che non si studi a scuola!”. Poi, come lettrice, arriva l’empatia nei confronti di un autore trentenne, che ispirandosi al drammaturgo elisabettiano Thomas Kyd segue semplicemente la moda del suo tempo e lo fa al meglio.

“Mai come prima d’ora ho avuto paura, come un bambino, di ciò che non conosco”

La tragedia è stata accantonata a partire dalla chiusura dei teatri nel 1642 per decisione di Giacomo I, naturalmente rifiutata durante il rigido periodo vittoriano nell’Ottocento, e rivalutata nel Novecento. Procede con una lingua viva e potente, con alcune metafore toccanti e altre ardite e scene al limite della parodia. A questo proposito merita una lettura l’interpretazione di Vittoria-Marmotta nel suo bookblog “Illuminazioni”, che dopo aver partecipato alla mia medesima lettura condivisa #sfidadeiclassici #inwillwetrust , proposta da A.S. Blackmore su Instagram, riprende il commento del critico Harold Bloom. Vittoria ipotizza: “Se lo scopo di Shakespeare fosse stato proprio di far ridere il pubblico? Di farlo ridere dei drammi contemporanei, così pieni di sangue, uccisioni sulla scena, azioni turpi e raccapriccianti? Harold Bloom commentava: Il problema insuperabile di Tito Andronico era che il pubblico non sapeva mai quando essere inorridito e quando ridere”.

Una scena a cui sono affezionata e che anche Vittoria cita è quando viene uccisa una mosca e un personaggio esaspera la disperazione accumulata fino a quel momento rivendicando comprensione per i genitori dell’insetto (io naturalmente empatizzavo con la mosca).

Tragedia o parodia?

Forse è vero che i generi misti non funzionano tantissimo. La rilettura del Tito Andronico come una sorta di “Scary Movie” del tardo Cinquecento, in cui le scelte più orrorifiche dei tempi vengono convogliate nello stesso luogo per dare vita a un prodotto che di orrorifico non ha niente, si inceppa quando si trovano afflati seri e lirici come questo, che si è meritato una piegatura nella mia edizione di “Shakespeare – Tutto il teatro” del 1997 (Grandi Tascabili Economici Newton).

“Se i venti infuriano, non impazzisce il mare col suo grande volto rigonfio minacciando il cielo? E tu vuoi una ragione per questo tumulto? Io sono il mare”

Comunque, nel “Tito Andronico” troviamo in nuce tutta quell’attenzione verso le introspezioni psicologiche che William Shakespeare ci dona nei successivi lavori e quella mirabile attitudine all’intreccio che ancora oggi ti fa chiudere pressoché ogni suo copione e ti fa mormorare, con sorpresa e compiacimento: “Ma come gli è venuto in mente?”

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Cristina Mosca

Recensore

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moglie, mamma e lettrice bulimica. a 10 anni scrivevo i miei primi racconti. a 14 ho scelto di insegnare inglese. adesso faccio entrambe le cose. credo in quello che non si vede a occhio nudo. tra le mie pubblicazioni: "chissà se verrà alla mia festa" (schena 2005), "e donne infreddolite negli scialli" (schena 2008), "loro non mi vedono" (ianieri 2014), "con la pelle ascolto" (ianieri, 2018). mi piace scrivere in lettere minuscole.

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1 commento

  1. Chiara Ba

    Amo Shakespeare e concordo con l’autrice della recensione. Il pubblico di allora era del resto ben diverso dal pubblico di oggi, erano abituati a vedere esecuzioni capitali vere, lunghe e truculente. De gustibus.

    Da qualche parte, non ricordo dove, ho letto che l’unico regista possibile per il Tito è Mel Brooks. In effetti, sarebbe interessante.

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