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Trucchi narrativi dei cartoni animati giapponesi

Accorgimenti visivi

A rendere avvincenti i cartoni animati giapponesi sono anche i trucchi utilizzati per raccontare ciascuna storia. C’è tutta una serie di accorgimenti visivi finalizzati a drammatizzare la trama e coinvolgere il pubblico.

L’immagine diventa dinamica. La prospettiva cambia in continuazione: ruota attorno al personaggio, lo riprende dal basso oppure dall’alto, lo avvicina velocemente allo schermo fino ad inquadrarne gli occhi. La scena acquista velocità. Ogni azione – un salto, una corsa, il lancio di un oggetto – viene enfatizzata dalle linee cinetiche, che si adattano ai movimenti di cose e persone, indicandone direzione e intensità. Le vediamo sempre molto fitte, parallele fra loro. Non è necessario siano rette: possono anche diventare curve. Spesso convergono su un punto preciso, per farci capire che l’azione o l’energia nascono proprio da lì.

Le scene caratterizzate da una grande tensione vengono invece sottolineate con il fermo immagine: si congela il movimento attraverso la staticità di un disegno, tecnica utilizzata anche per alcuni flashback del passato. Molti episodi di serie sportive, robotiche, sentimentali e guerriere si concludono proprio con un fermo immagine che fissa il protagonista in una posa plastica o nell’atto di saltare in alto insieme ad amici e comprimari, oppure mentre corre verso di loro per un abbraccio. A quel punto parte la musica e l’inquadratura si allarga fino a comprendere l’orizzonte. Preferibilmente in prossimità del tramonto.

Tempo e spazio, in particolare nelle serie sportive e guerriere, vengono dilatati fino all’inverosimile. Le movenze dei personaggi sono accentuate grazie all’effetto moviola: i gesti durano secoli. Come naturale conseguenza di questo rallentamento, gli spazi diventano interminabili, come i campi sportivi durante le partite di calcio, tennis, baseball. È un altro modo per condensare la tensione intorno a un momento particolarmente importante e di cui si vuole ribadire la rilevanza.

 

L’aspetto dei personaggi

I primi piani abbondano. Perché sono economici. E garantiscono un alto rendimento espressivo. La regia si concentra spesso sull’espressione del viso dei personaggi, in particolare sugli occhioni tondi da mucca, specchi fedeli del loro stato d’animo. Possono tremolare per la gioia o anticipare un fiume di lacrime. Essere evidenziati da una fascia luminosa che lascia in ombra il resto della faccia. Esprimere astuzia o determinazione attraverso uno scintillio a forma di stella a quattro punte. Identificare i cattivi o gli alieni quando sono privi di iride e pupilla. E chi più ne ha, più ne metta. Anche la bocca non scherza. Trema di rabbia oppure si spalanca (fino a fare scomparire gli altri lineamenti) per la felicità. A volte scompare o si riduce a un puntino quando deve esprimere stupore, imbarazzo, perplessità.

Non dimentichiamoci dei capelli. Se ne vedono di tutti i colori (blu, verdi, viola, fucsia) e di tutte le forme. Le acconciature tradizionali rare: di norma le chiome appaiono mosse e contorte. E nel caso delle ragazze assistiamo a un tripudio di nastri, boccoli e ciuffi. I giapponesi si servono anche di essi per esprimere l’interiorità del personaggio. Scompigliati, riflettono con molta efficacia il tormento interiore. E poco prima di un attacco o di una tecnica segreta si dimenano come impazziti, segno dell’energia che percorre il corpo di un guerriero. Quando invece diventano irti e spettinati tradiscono stupore e imbarazzo.

Rimaniamo in quest’ambito. Il disagio dei personaggi che si trovano spiazzati e coinvolti in situazioni nelle quali preferirebbero non imbattersi (pare che i giapponesi siano letteralmente terrorizzati da imbarazzo e vergogna), viene reso grazie a una serie di bizzarre e divertenti soluzioni visive. La perplessità causa la comparsa di un’enorme goccia di sudore tonda e azzurra (con tanto di riflessi) sulla nuca oppure sulla fronte. Una risposta idiota o inaspettata provoca, invece, la rumorosa caduta a terra dell’interlocutore, che oltretutto si contorce come se i suoi arti fossero interessati da dolorose contrazioni muscolari. L’eccitazione sessuale è tradita da un filo di bava che cola dagli angoli della bocca, da occhi socchiusi e deformati… e da un’abbondante fuoriuscita di sangue dal naso. Nella prima serie di Dragonball Goku approfitta proprio di questa caratteristica. Per localizzare un avversario invisibile contro cui sta combattendo, provoca l’eccitazione del proprio maestro di arti marziali, un vecchietto parecchio “sensibile” alle grazie femminili: il sangue che sprizza impetuoso dalle sue narici finisce per ricoprire l’avversario, rendendolo facilmente individuabile.

 

Realismo e compensazione

Si tratta, è vero, di espedienti irreali, ma bisogna tenere presente che la cultura artistica giapponese non è interessata al realismo e non lo cerca. Al tempo stesso vengono disseminate qua e là innumerevoli strizzatine d’occhio per tenerci con i piedi per terra, quasi a voler dire: «Ricordatevi sempre che questa è tutta finzione».

C’è una curiosa contraddizione, insomma, in questi cartoni animati. Da una parte, c’è una forte componente di realismo. Perché rispetto agli occidentali i giapponesi sono meno protettivi nei confronti dei bambini: scelgono di mostrar loro fin da subito che il mondo non è tutto rose e violette. Per abituarli alla durezza della vita puntano su storie verosimili, nelle quali gli effetti della violenza sui personaggi non sono mascherati, né minimizzati. C’è chi si fa male e chi muore. Dall’altra parte, abbiamo l’irrealtà di certe situazioni. In pratica, gli anime sono sospesi tra verosimiglianza e assurdità.

Intervengono anche dei meccanismi di compensazione. La drammaticità della vicenda viene spesso attenuata attraverso l’inserzione di momenti comici. Anche nelle serie più tragiche sono previste alcune pause “leggere”, giusto per spezzare la tensione. Ci sono i siparietti affidati a personaggi minori o ad animaletti stravaganti che ogni tanto fanno capolino, come per esempio la buffa bestiola rosa dalla testa a mezzaluna presente in molti episodi di Jeeg Robot d’acciaio. Altre volte, alcuni dei protagonisti interrompono la narrazione dando vita a intermezzi durante i quali spiegano quello che sta accadendo o forniscono spiegazioni tecniche. Succede in Daitarn 3, dove Toppi, il ragazzino del gruppo, illustra un fenomeno fisico verificatosi durante l’episodio.

 

Enrico Cantino

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