“Vita mortale e immortale della bambina di Milano” – Domenico Starnone

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Voto redazione

5 stelle

Data di pubblicazione

2 Feb, 2022
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7

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“Vita mortale e immortale della bambina di Milano” è il nuovo libro di Domenico Starnone pubblicato da Einaudi nel 2021. Una storia tenerissima su come i ricordi possano imprimersi nella nostra mente e condizionare una vita intera. Dello stesso autore abbiamo recensito anche “Lacci“.

Trama di Vita mortale e immortale della bambina di Milano

Mimì è un bambino napoletano di nove anni. È totalmente affascinato da una bambina, sua dirimpettaia, che danza in balcone. Di lei non sa niente, si sono scambiati pochissime parole in tutto e a lui è rimasto impresso quell’italiano così pulito, così straniero. Mimì è circondato da persone che parlano pesantemente dialetto e, crescendo, quel dialetto decide di studiarlo all’università.

La lingua napoletana diventa così tutt’uno con il tempo e lo spazio e viene personificata dalla figura dolce della nonna. Un’anziana che nella gerarchia famigliare è al gradino più umile, con la sua sottomissione e la sua fede.

Il pensiero della bambina di Milano si allaccia al ricordo dell’infanzia e della nonna, fino a oscurare anche gli amori reali.

Finale, in un certo senso, a sorpresa.

Recensione

Ho prenotato questo libro su MLOL perché lo avevo sentito descrivere come il più bello di Starnone, e non avendo mai letto Starnone ho pensato che fosse il modo migliore per conoscerlo.

Non posso sapere se sia davvero il libro più bello che abbia scritto, ma so che è un libro molto bello, e che poi l’ho comprato per regalarlo.

La napoletanità di Starnone è buffa, dolce, tenera. La figura della nonna pervade tutto il romanzo breve con le sue parole, il mistero, la riservatezza che la caratterizzava. Nel romanzo, la lingua si fa fiume e persona, va a colorare i ricordi e a fondersi con un’intera fase della vita.

Ecco che, da guizzo di vita, il dialetto diventa nostalgia, autenticità; radici profonde, resilienza.

“Finì dentro uno strepito suo della testa, aveva chiazze paonazze in fronte e sulle guance, il naso a papaccella le diventò lucido di sudore, gli occhi ringiovanirono, erano tanto splendenti che mi parvero abitati da molti altri occhi”

Come la luna, il protagonista ha un lato luminoso e uno permeato di morte che tiene ben nascosto. Questo è difficile da capire per le persone che gli sono accanto. Inoltre, il ricongiungimento con l’amico d’infanzia Lello gli fa scoprire che molti ricordi che si sono cristallizzati in lui non coincidono, o non hanno avuto lo stesso peso. Addirittura, per l’amico la bambina di Milano pare mai esistita, quando invece si erano battuti in duello per lei, sotto il suo balcone.

“La guardai lì nello stanzino, accasciata sulla mia sedia, e mi ricordai non solo di tutta la folla di morti vocianti che aveva dentro, ma anche della bellissima giovane donna che era stata e che probabilmente se ne stava acquattata da qualche parte del suo corpo a custodire i baci dati e ricevuti sulla bocca.”

La voce narrante mantiene una grande tenerezza verso quella parte di sé che, come da bambino, continua a prendere troppo sul serio alcune cose. Insieme all’autore ci troviamo a riflettere su chissà quanti aspetti della nostra vita, se presi dalla giusta distanza, perderebbero colore; e chissà se stringeremmo anche noi, come il protagonista nel finale, un patto con la realtà.

Cristina Mosca

Recensore

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moglie, mamma e lettrice bulimica. a 10 anni scrivevo i miei primi racconti. a 14 ho scelto di insegnare inglese. adesso faccio entrambe le cose. credo in quello che non si vede a occhio nudo. tra le mie pubblicazioni: "chissà se verrà alla mia festa" (schena 2005), "e donne infreddolite negli scialli" (schena 2008), "loro non mi vedono" (ianieri 2014), "con la pelle ascolto" (ianieri, 2018). mi piace scrivere in lettere minuscole.

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