“Auto da fé” – Elias Canetti


Voto: 5 stelle / 5

Un libro delirante, tragicomico, inquietante che coglie di sorpresa è tradotto in italiano come “Auto da fè”. Lo ha scritto Elias Canetti, che dopo quattro anni di tentativi è riuscito a pubblicarlo nel 1935 con il titolo “Die Blendung”, “L’abbaglio”.

L’ho scelto, nelle sue poderose 500 pagine, perché Fabio Stassi gli dedica un capitoletto in “Bebelplatz”. L’ho letto nell’edizione Garzanti del 1967 nella prima traduzione di Luciano e Bianca Zagari, che oggi è ancora in circolazione nell’edizione Adelphi.

Trama di Auto da fé

Il primo abbaglio è nel titolo. La parola autodafé indica un atto di fede. Appartiene soprattutto al gergo della Santa Inquisizione perché designava il corteo che accompagnava i condannati verso l’esecuzione della loro pena: la sentenza veniva resa pubblica durante il cammino.

Con queste premesse il lettore potrebbe aspettarsi un’autobiografia, un memoir, un flusso di coscienza, qualcosa di strettamente personale, insomma. E quindi l’ho rimandato e rimandato, perché non sono un’appassionata di autobiografie.

Ho trovato invece una storia assurda, delirante, divertente nella sua cupezza. Ho conosciuto Peter Kien, una sorta di Ebenezer Scrooge dei libri, e l’ho guardato perdersi nei suoi film mentali, sposarsi con criteri infondati, trovarsi vittima della sua avarizia e della sua meschinità. Fabio Stassi racconta che il suo nome era in origine B., che stava per Büchermensch (l’uomo dei libri) e poi per Brand (incendio), e poi è diventato Kant, con “Kant prende fuoco” come titolo del libro. I personaggi sono uno più bieco dell’altro, cercano costantemente di imbrogliarsi a vicenda, e danno vita a scene di livello umano infimo, ma dall’effetto sorprendentemente esilarante.

Recensione

“Auto da fé” mi ha tenuta occupata per un mese, ma è riuscito a non farmi scalpitare. In questo suo unico romanzo, Elias Canetti usa il flusso di coscienza e la divagazione senza fare vittime: salvo rare eccezioni, sono sempre stata messa nella condizione di distinguere l’allucinazione del personaggio dalla realtà effettiva. Una concessione non di poco conto!

Il rapporto con i libri in “Auto da fé” è sterile e fine a sé stesso, ma non possiamo che commuoverci e immedesimarci di fronte a dichiarazioni come:

“La migliore definizione di patria è: biblioteca”

Cosa ha fatto guadagnare ad “Auto da fé” la citazione in “Bebelplatz”? Nel saggio di Fabio Stassi si parla di roghi di libri e anche qui ne abbiamo un paio, a partire dalla citazione di uno avvenuto in Cina nel 213 a.C., insieme alle truci conseguenze sul ministro che lo aveva suggerito.

L’aspetto disarmante di “Auto da fé” è che i libri non portano salvezza, non migliorano le persone, non le riabilitano. Sono solo un accumulo di ricchezza, pensati come capitale: i personaggi non sanno che farsene. Il protagonista stesso è insieme l’emblema dello tsundoku e il suo smantellamento, perché verso la fine scopriamo che probabilmente neanche lui li può veramente usare. Praticamente l’incubo di tutti i lettori.

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