Il Gattopardo- Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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Voto redazione

5 stelle

Data di pubblicazione

25 Ott, 2020
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7

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Edito da Feltrinelli nel 1958, al testo de “Il Gattopardo” vennero poi aggiunte altre parti in conformità al manoscritto originale. Il suo autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, era scomparso un anno prima: il Premio Strega del 1959 gli è stato conferito postumo.

Dal romanzo è stato tratto, nel 1963, il film diretto da Luchino Visconti.

Trama de Il Gattopardo

Siamo in Sicilia nel 1860. Giuseppe Garibaldi è appena sbarcato coi suoi Mille a Marsala e il principe Fabrizio Salina è comprensibilmente preoccupato per il possibile rovesciamento della monarchia con la conseguente nascita di uno stato repubblicano. La preoccupazione è smorzata dal compiacimento per la partecipazione all’impresa garibaldina del nipote Tancredi. Don Fabrizio ammira molto il giovane per il suo coraggio, quello che nessuno dei suoi figli possiede, ma vede minacciata la sua posizione e i privilegi che essa gli riserva.

Recensione

Le descrizioni sono molto suggestive, sono forse la parte migliore del libro, Tomasi di Lampedusa fornisce un rapporto dettagliatissimo non solo di immagini, ma anche di odori e rumori, dalla pagina si materializza tutto ciò che l’autore descrive, nulla è da immaginare.

Il romanzo è la storia di un cambiamento, di un apparente cambiamento, nuovi padroni succedono ai vecchi per legittimare la loro scalata sociale. C’è una parte di popolo che non è più popolo, ma i vecchi padroni conservano i loro privilegi accanto all’incredulità verso le persone del ceto basso che sono riuscite a sollevarsi. Don Fabrizio possiede un distacco aristocratico dal denaro e da ogni forma di affare, a differenza di don Calogero Sedara, padre di Angelica e futuro suocero di Tancredi. Don Calogero non ha alcuna eleganza se non quella della sua intelligenza, della sua astuzia, del suo fiuto per gli affari che gli consentono di ascendere dal ceto basso a quello che conta. La diffidenza di don Fabrizio verso il cambiamento ha origine nell’invidia più che nel timore.

Tancredi, impavido garibaldino, è ansioso di fare la sua parte, sua è la frase più famosa del romanzo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.” Apparentemente rivoluzionario, vuole che i privilegi di cui gode, siano in qualche modo anche merito suo, il tutto sugellato dal matrimonio con la bella e ricca Angelica Sedara.

Insieme a “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi e “Il resto di niente” di Enzo Striano, “Il Gattopardo” è una lucida analisi della questione meridionale, il dito è puntato sempre verso lo stesso problema: l’ignoranza. Ignoranza dei propri diritti e quindi l’incapacità di difenderli, il compromesso come unica strada per arginare il problema: compromesso con chi promette, disinteresse verso il modo in cui si cerca di mantenere gli impegni presi. Si sono susseguite questioni non affrontate, cambiamenti che non hanno cambiato nulla. Nel romanzo di Tomasi di Lampedusa è descritta la società di un secolo e mezzo fa in cui la cultura era privilegio di pochi e la religione carceriere di libertà impronunciabili.

Consigliato agli amanti dei romanzi storici. Ogni meridionale dovrebbe leggere questo libro.

Adelaide Landi

Recensore

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Mi piace leggere sin da quando ero bambina, nei ricordi più belli della mia infanzia ci sono libri con copertine colorate: Heidi è stato ovviamente il primo, poi Piccole donne e tutti i seguiti (di cui ricordo poco, i seguiti di un capolavoro deludono sempre), Il giardino segreto. La penna mi ha sempre chiamato almeno quanto i libri, ma non me ne sono accorta finché per caso o semplicemente perché era giunto il momento che io lo capissi, mi è stato chiaro che adoro scrivere almeno quanto adoro leggere. Mi piacciono i romanzi storici, penso che capire quello che è stato aiuti a comprendere quello che è. Scelgo un libro da leggere se penso che la sinossi stia cercando di dirmi qualcosa, in ogni libro c'è un messaggio che spera di raggiungere al più presto i suoi destinatari.

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1 commento

  1. Isabella Fantin

    Leggendo la tua recensione, mi è venuto in mente il film che rivedrei volentieri.

    Nel 1963, a cinque anni di distanza dalla pubblicazione del romanzo, Luchino Visconti adatta per il grande schermo il capolavoro di Tomasi di Lampedusa. Soggetto ideale per trattare temi a lui cari: la rivoluzione mancata del Risorgimento e la decadenza della nobiltà. È vero che questi motivi compaiono in “Senso”. È altrettanto vero, però, che ne “Il Gattopardo” vengono presentati da un punto di vista interno: quella dolente e malinconica di don Fabrizio che arricchisce il versante intimistico della narrazione filmica.
    • La maniacale ricostruzione storica di scenografie, arredi, interni, esterni, costumi, dettagli è volta a sottolineare il valore simbolico dello spazio. Ville e palazzi aristocratici, infatti, non sono solo emblema di prestigio sociale ma del decadimento. Perché il tempo scorre inesorabile e la storia segue il suo corso.
    La sequenza finale che annuncia la morte del protagonista, è un esempio chiarissimo. Dopo avere osservato a lungo la tela “La morte di Greuze” a palazzo Ponteleone, don Fabrizio percorre un vicolo buio. Circondato da palazzi in rovina, si inginocchia al passaggio di un prete che porta il Santo Viatico. Il film si conclude così: la morte di don Fabrizio non viene mostrata, bensì annunnciata.
    • Riguardo alla struttura, osserviamo che in apertura la macchina da presa passa in rassegna la villa dei Salina, focalizzando i dettagli simbolo della decadenza dell’illustre casata. Poi dall’esterno il focus si introduce nella stanza in cui il principe recita il rosario insieme alle figlie. All’improvviso una voce fuori campo proveniente dal giardino comunica il ritrovamento del cadavere di un soldato. Un altro presagio di morte che costella la pellicola. Perché i garibaldini appena sbarcati stanno combattendo per le strade di Palermo.
    • La sontuosa scena del ballo dimostra che a Visconti interessa tratteggiare l’affresco di un epoca e di un ambiente, procedendo per macro blocchi narrativi.
    Questa scena è un film in miniatura per ampiezza e temi. Ha luogo nella lussuosa cornice di palazzo Ponteleone, mentre si verificano fatti storici senza precedenti. Gli occhi del pubblico non si staccano da un trio d’eccezione.
    Angelica dalla bellezza abbagliante ed effimera. L’affascinante Tancredi che, prima di ballare una quadriglia, propone la fucilazione dei disertori con cinica leggerezza. Il principe Fabrizio che, passando da una sala all’altra del palazzo illuminato a festa, scorge ovunque presagi di decadenza e morte. È la coscienza critica del film. Prima assiste con preoccupazione allo sbarco dei garibaldini in Sicilia. Appoggia l’annessione della Sicilia allo Stato Sabaudo: comprende con amarezza che il mondo dei suoi avi è destinato a scomparire. Lo dimostra avvallando il matrimonio tra il nipote Tancredi e Angelica, figlia del nuovo sindaco. Un’unione tra un esponente dell’aristocrazia e uno della nascente borghesia. Ha colto che solo i cinici e superficiali come Tancredi possiedono la disinvoltura necessaria per adattarsi ai tempi che cambiano.

    Ho un rammarico. In base alla mia esperienza alle Superiori, il romanzo da 20 25 anni è troppo difficile per studenti che preferiscono rabberciare un misero riassunto da internet, piuttosto che cimentarsi nella fatica e nel piacere della lettura. Un destino analogo travolge anche I Promessi Sposi. Aggiungo che per gli studenti Dsa ambo i romanzi sono ardui, anche in versione audiolibro. E lo splendido film di Visconti? Se non si addormentano, poco avvezzi come sono alla gioia della lentezza, guardano solo il ballo. E guardare non significa necessariamente capire.

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