“Il senso del dolore” – Maurizio De Giovanni


Voto: 3 stelle / 5

“Il senso del dolore” appartiene alla serie gialla “Le indagini del commissario Ricciardi” del giallista Maurizio De Giovanni, pubblicato nel 2007 da Einaudi ma già apparso nel 2006 per Graus edizioni con il titolo “Le lacrime del pagliaccio”. Oltre a essere il primo volume della serie, è anche il primo libro di De Giovanni che leggo, perché scelto per il mese di novembre dal gruppo di lettura EquiLibro di Pescara. Dello stesso autore abbiamo recensito anche “Le parole di Sara”.

Trama de Il senso del dolore

Sin dalle prime pagine veniamo messi a parte della particolarità del commissario Ricciardi. Volente o nolente, lui ha un asso nella manica: vede i morti. Questo dono si rivela una guida nelle indagini, anche se i morti non li comandi: non appaiono e spariscono, spesso i morti permangono, prigionieri della loro disperazione, e lui li incontra spesso, anche quando i casi vengono chiusi.

Ne “Il senso del dolore” siamo nel 1931 e un cantante d’opera viene trovato ucciso nel suo camerino. Siamo proiettati nell’atmosfera storica del primo fascismo e dell’avvento del cinema. Il morto era un donnaiolo e un arrogante, è difficile trovare qualcuno senza un movente. Però il suo spettro dà l’indizio decisivo al commissario.

Recensione

Ho trovato affascinante la peculiarità del commissario, abbastanza vicina ai miei interessi. Ho compreso la necessità di delineare il personaggio con il suo vissuto e i suoi dolori, l’impassibilità, i sogni. Abbiamo un uomo che deve agire scientificamente per mestiere, ma che nella vita ha pochi comportamenti scientifici: le visioni, un amore nascosto, il dialogo con i morti.

Mi è piaciuto come l’autore ci aiuta a visualizzare i luoghi e la moda del tempo e ho adorato l’utilizzo della mia adorata opera lirica.

L’uso della voce narrante in terza persona onnisciente allarga la visione e gradualmente ci introduce alla conoscenza di nuovi personaggi, che si incrociano con le indagini in una struttura di rimandi e collegamenti. Questo mi ha un po’ disorientata, perché lì per lì, durante la lettura, mi sono sentita un po’ tradita. Ho compreso (e perdonato) l’operazione del narratore onnisciente solo alla fine.

(Lo so che sono criptica, ma come faccio a parlarvi di un giallo senza parlarvi del giallo?).

Anche gli indugi nella dimensione psicologica dei protagonisti mi hanno rallentato un po’ il ritmo.

Credo che proverò a guardare qualche versione televisiva dei libri di De Giovanni, perché in questo genere apprezzo di più l’intreccio e i colpi di scena.

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