“La casa degli spiriti” – Isabel Allende

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Per chi di voi non lo sapesse, noi amanti dei libri abbiamo un gruppo di lettura. Lo organizziamo nel nostro gruppo Facebook e alla fine del tempo assegnato ogni membro dà il proprio contributo. Pertanto ne esce fuori una recensione collettiva del romanzo. È proprio quello che leggerai: la recensione collettiva de “La casa degli spiriti” di Isabel Allende.


Recensione collettiva “La casa degli spiriti” di Isabel Allende

Recensione di Adelaide Landi

Questo romanzo è stato pubblicato nel 1982, in Italia nel 1983 da Feltrinelli. Nel 1993 ne è stato tratto anche un film con Jeremy Irons e Meryl Streep tra i protagonisti.

Trama

Le vicende narrate si svolgono in Cile, in un arco temporale di circa cinquant’anni.

Esteban Trueba, giovane di famiglia molto modesta, riesce a conquistare l’amore della bella Clara del Valle. Dalla loro unione nasceranno tre figli: Blanca e i gemelli Jaime e Nicolas. Tante saranno le vicissitudini che questa famiglia sarà chiamata ad affrontare, perenni i contrasti tra il duro Esteban e tutti i membri della sua famiglia: con Blanca, innamorata di un contadino, con Clara, che difende la figlia a spada tratta, senza temere l’ira incontrollata del marito, con Jaime che dedica il suo tempo ad aiutare il prossimo.

Saranno questi tre ragazzi e la figlia di Blanca, Alba, i protagonisti della seconda parte del romanzo, che ha per sfondo il colpo di stato volto a deporre Salvador Allende e ad instaurare la dittatura del generale Pinochet.

 

Recensione

copertina la casa degli spiritiLa prima parte del romanzo non coinvolge, a mio parere, come la seconda: la narrazione mette l’accento sulla differenza di classe tra i Trueba e i del Valle, sono gli anni in cui matura la frustrazione di Esteban, l’attaccamento alle sue ricchezze che lo ossessionerà fino alla fine dei suoi giorni. Troviamo in questa parte l’aspetto più fantastico del romanzo, non in senso elogiativo, ma in quello proprio del termine, ovvero la magia di Clara, con le sue premonizioni che trasmettono inquietudine, ma allo stesso tempo fanno sorridere (a meno che non crediate nella magia!).

La sua caratteristica di predire il futuro è accentuata dal narratore onnisciente, che getta spesso delle anticipazioni che incuriosiscono e vivacizzano la narrazione: del resto è il diario di Clara che consente ad Alba di ricostruire tutta la storia, è bello, perciò, che la sua chiaroveggenza accompagni la narrazione.

L’amore tra Esteban e Clara non è un amore idilliaco, questo lo rende speciale, perché molto ordinario: i contrasti tra i due sono continui e imputabili al modo opposto che hanno di vedere il mondo e alla diversa sensibilità verso chi non è ricco come loro.

Esteban rappresenta la figura negativa di self-made man: ha creato la sua ricchezza da solo e non intende dividerla con chi, secondo lui, non possiede le sue stesse abilità, si sente un leader con capacità indiscutibili nel creare opportunità per i suoi sottoposti, poco gli importa se nel farlo calpesta i loro diritti.

Clara, invece, che è sempre stata benestante, non è legata ai beni materiali come suo marito. Più che a parole, posso descrivere la sua semplicità con un episodio che mi è rimasto molto impresso: dopo la sua morte, Esteban apre l’armadio della moglie e rimane stupito dal fatto che lei possedesse così pochi vestiti.

Nonostante queste divergenze, che diventano irreversibili quando Clara prende le difese di Blanca, innamorata di un servo di suo padre, ho percepito la forza del loro amore. Nelle introspezioni di Esteban, l’autrice utilizza il discorso in prima persona: questo modo di entrare nel personaggio permette di comprendere a pieno la sua natura profondamente fragile, lo mette a nudo, fa venire a galla quella debolezza che non si nasconde poi così bene sotto la corazza dura che si è costruito. Esteban spiega in prima persona perché nonostante ami follemente sua moglie, dopo un duro litigio con lei, si reca in un bordello. “…in parte perché ne avevo bisogno, in parte per vendetta..”. Dopo la morte di Clara, è Esteban che racconta: “La notte in cui morì mi chiusi dentro con lei.”

La Allende usa questa tecnica anche con Alba all’inizio e alla fine del romanzo: è lei l’io narrante dell’incipit e dell’epilogo del romanzo, è lei che, rileggendo, i diari di sua nonna, minuziosi soprattutto negli anni del mutismo, “in cui annotava ogni banalità” sembra dar vita al romanzo.

È un romanzo profondamente politico: la destra conservatrice rappresentata da Esteban, si contrappone alla sinistra che finalmente riesce a vincere le elezioni in Cile nel 1970, che è rappresenta da tutti gli altri membri della sua famiglia.

È un romanzo che ci insegna quanto può essere caro il prezzo da pagare quando si supera il fragile limite tra il perseguire un ideale, giusto o sbagliato che sia, e il volerlo realizzare a ogni costo.

 

 Recensione di Chiara Carnio

“una storia di dolore, di sangue e di amore.”

Che io non ami molto le saghe familiari si sa bene, ma la faccenda cambia radicalmente quando, dietro, c’è un chiaro contesto storico che le incornicia. È stato così per Cigni selvatici della Jung ed è così per La casa degli Spiriti della Allende. Se soprattutto si parla della forza delle donne, certe faccende generazionali diventano sbalorditive, per me.

Tre generazioni di donne chiare, luminose, brillanti; non casuali i loro nomi: Clara la chiaroveggente, la figlia Blanca e la nipote Alba. Donne speciali che amano e amano forte. Un romanzo d’amore e di donne che resistono ai colpi della vita, donne che si prodigano ad aiutare il prossimo, pratiche e stoiche, pronte a diventare madri, sorelle o zie, “donne che sono il pilastro centrale di molte vite estranee”.

Ma La casa degli Spiriti è anche un romanzo di odio, risentimenti, vendette che prendono sfumature maschili: l’irascibile e indomito Esteban Trueba, il violento ed invidioso Esteban Garcia. Ci sono anche uomini positivi, ma i due che ho nominato sono in aperta antitesi con le donne protagoniste, come la luce e l’ombra.

Personaggi forti, che sono saette pronte ad entrare nei nostri occhi e ci abbagliano, in questo la Allende è davvero brava.

Ci sono pagine che fanno tremare il respiro e accelerare i battiti, con descrizioni vivide e reali, a volte agghiaccianti, altre angoscianti, alcune divertenti.

Soprattutto è il romanzo dell’antonimia e degli estremi. Oltre a uomini e donne in contrapposizione, c’è violenza, ma c’è anche la cura, ci sono ricchezza e povertà di beni ma anche di spirito, la tradizione e l’innovazione, la campagna e la capitale, la destra e la sinistra, le anime e i corpi. Non manca nulla e tutto è analizzato e raccontato in modo affascinante e poetico, contando, tra l’altro, su una

contestualizzazione storica che mostra il cambiamento della società cilena nel corso del XX secolo, nell’ottica della recente storia cilena. La scrittrice porta un cognome importante per il Cile.

Le ultime pagine, che raccontano il golpe militare del 1973 – che ha destituito in modo violento il Presidente-  e i momenti di terrore successivi, mi hanno ricordato un piccolo libro letto di recente, assieme ad Anna Cercignani, e da lei consigliato: La morte e la fanciulla, di Ariel Dorfmann. Anch’esso tristemente attuale, vista la situazione in cui versa, in questi mesi, il paese sudamericano. Pensato come pièce teatrale, racconta del tentativo di vendetta, contro il suo aguzzino, di una donna violata e torturata durante la dittatura fascista di un ipotetico Cile (ma che potrebbe essere una qualsiasi dittatura dell’America Latina). Un racconto brevissimo ma dilaniante, che consiglio.

 

Ora veniamo alle note dolenti….

Ci sono, infatti, degli aspetti che lo rendono, a mio avviso, un buon lavoro, ma non un ottimo lavoro.

Ho letto La casa degli spiriti due volte, prima e dopo Cent’anni di solitudine e non sono l’unica ad aver ravvisato – per quanto mi possa ricordare – somiglianze tra i due. Una su tutte: Jean de Satigny che mi rimanda all’italiano di Marquez, con la differenza che Allende ha usato un linguaggio che ha potuto portare ai più il realismo magico sudamericano. Questo non è necessariamente un fatto negativo, però il suo lavoro manca di quell’assoluta originalità che avrebbe potuto innalzare il mio giudizio.

Nel complesso la scrittura mi è risultata pesante, se è vero che il romanzo dialogico alla Hemingway (ma anche Haruf, eh) mi fa fare il lancio del libro, la completa assenza del discorso diretto mi “macigna” un pochino la lettura – ma queste sono seg-ment mie. Anche l’allegro balzellare tra la narrazione in prima e in terza persona mi ha fatto salire un po’ di jihad, era forse per distinguere il racconto dalle riflessioni del presente… mi pare di no e non ho ben inquadrato il motivo.

Resta comunque una lettura che consiglio, magari da leggere prima di Marquez.

 

Recensione di Rossella Di Pede

Ho trovato il libro molto interessante. La Allende è capace di prendere per mano il lettore durante tutto il racconto.

Mi sono innamorata in particolare delle figure femminili, da Clara a Alba, da Blanca ad Amanda, essendo questo un libro, secondo me, soprattutto femminista, dove gli uomini fanno solo da contorno.

 

Adelaide Landi
Chiara Carnio
Rossella Di Pede

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