“Mi interessa la gente perché ne faccio parte” – Primo Levi


Voto: 5 stelle / 5

È il 1958: una bambina di dodici anni legge la versione definitiva di “Se questo è un uomo” e scrive a una rubrica del quotidiano “La stampa” chiedendo se quanto raccontato fosse vero. L’autore risponde: “È la lettera che attendevamo”. Inizia così il rapporto tra Primo Levi e le scuole. Quando non li poteva incontrare, per portare testimonianza, Primo Levi incoraggiava studenti e insegnanti a scrivergli. Alcuni carteggi sono raccolti dal professore Fabio Levi nel meraviglioso “Mi interessa la gente perché ne faccio parte”, pubblicato da Einaudi a maggio 2025.

Di Primo Levi abbiamo recensito anche “La chiave a stella”.

Trama di Mi interessa la gente perché ne faccio parte

Tra il 1973 e il 1987, anno della sua tragica morte, Primo Levi ha ricevuto una media approssimativa di sessanta lettere all’anno, provenienti dalle scuole di tutta Italia. A volte erano degli studenti delle medie, altre volte prossimi all’esame di Stato.

Spesso gli insegnanti si facevano latori di decine di domande, seguite da altrettante firme. Una volta ha ricevuto anche 24 lettere tutte insieme. Ha risposto a tutte: gli scambi più significativi sono raccolti in questo epistolario “Mi interessa la gente perché ne faccio parte”, curato da Fabio Levi, direttore del Centro Internazionale di Studi Primo Levi.

Recensione

Ho preso in prestito questo libro su MLOL perché ho trovato il titolo bellissimo; mi è venuta curiosità di sentire parlare l’uomo Primo Levi, conoscendolo un pochino come scrittore; mi sono trovata a leggere un libro meraviglioso.

“La più grande speranza della nostra generazione è che le sue esperienze siano risparmiate alla vostra: sarei contento se quel mio libro fosse letto sotto questo segno e servisse un poco anche a questo”

Cosa può esserci di meraviglioso in uno scambio epistolare che non sia d’amore? Leggergli attraverso.

Provo a mettere in ordine le mie emozioni.

Per prima c’è la tenerezza verso la genuinità di alcune lettere, di studenti giovanissimi che cercano di uscire dal rapporto con la carta e si mettono in relazione con l’uomo. Segue il retrogusto amaro dell’incredulità di molti di loro: non solo della dodicenne di cui parlavo prima, nata due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma anche di chi lo ha letto negli anni Ottanta. Penso a chi, dopo aver letto Primo Levi a scuola, ha cominciato a fare domande ai propri genitori, ai propri nonni. Da queste lettere appare cristallino il valore della testimonianza, soprattutto a distanza di decenni. Anche quando viene ostracizzata: perché qualcuno vorrebbe solo dimenticare, qualcun altro affatto sapere.

“(…) penso che ogni uomo non vada giudicato in base al gruppo cui appartiene, bensì in base alle azioni che ha commesso”

La seconda emozione che porto è legata al ricordare come ci si muoveva mezzo secolo fa. Cosa faremmo, oggi, se volessimo contattare uno scrittore? Lo cercheremmo su internet, magari lo contatteremmo tramite social. Magari un primo scambio avverrebbe in giornata, o addirittura entro un’ora.

Negli anni Settanta e Ottanta, le lettere raggiungevano Primo Levi a casa. Se lui riusciva a rispondere presto tornavano indietro nel giro di un mese; inoltre, invitava a uno scambio telefonico, fornendo l’orario in cui lo avrebbero trovato a casa. Informazioni che oggi ci sogneremmo di diffondere.

“Non ci sono surrogati alla lettura; chi non legge, rispetto a chi legge, corre un rischio maggiore di essere asservito, anzi, ‘acculturato’ ”

Le lettere commentavano i libri, prevalentemente “Se questo è un uomo” e “La tregua”, facevano domande personali, ma chiedevano anche informazioni biografiche standard che allora non era scontato reperire. Se le chiedessimo oggi al nostro autore del cuore, lui ci risponderebbe: googla!

“(…) ogni uomo assomiglia al proprio destino, e io ero più adatto a sopportare che ad agire”

Il valore della testimonianza

Primo Levi rispondeva in maniera asciutta, a volte laconica, con punte di ironia (“Le vostre lettere stanno diventando un plebiscito”, “Mi sembra di confessarmi, cosa che, data la mia origine, non ho mai fatta”). Cercava di usare al meglio il tempo a disposizione: e sapete come si faceva quando non c’era il correttore automatico? Si accorciavano le parole troppo lunghe. C’è anche un “Buona Pasqua a ttt”, molto prima della messaggeria istantanea.

“Bisogna diffidare dai capi carismatici, cioè da chi pretende di convincerci non con argomenti, ma con il suo prestigio o con la sua abilità scenica. Certo è una ricetta semplice, ma se tutti la seguissero potremmo essere più tranquilli per l’avvenire”

“Mi interessa la gente perché ne faccio parte” è quanto di più vicino abbiamo alla voce di un uomo che sente la responsabilità di raccontare. Osserva il mondo cambiare intorno a lui e farsi sempre più lontano, e per questo sa che è ancora più importante prolungare la memoria delle cose disumane che l’essere umano è in grado di fare.

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