
Per parlare del nuovo libro di Giorgia Tribuiani, “Pezzi” (Il saggiatore 2026) ci vuole tanto ordine in testa. Vediamo se lo trovo (spoiler: l’ho trovato).
Di Giorgia Tribuiani abbiamo recensito anche “Guasti”, “Blu”, “Padri”, “Binari” e “Dissolvenza”.
Ringraziamo la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.
Trama di Pezzi
A un’intera comunità dagli usi medievali viene sottoposto un gioco macabro. Alcuni pezzi di corpo vengono consegnati da merli sconosciuti agli abitanti del villaggio, insieme a un messaggio: tutti devono giocare e provare a indovinare di chi siano, per poterlo salvare. Hanno cinque tentativi a disposizione. E devono rispettare le regole.
Tra tutti i modi in cui una comunità potrebbe reagire a una situazione del genere, Giorgia Tribuiani sceglie la reazione caotica. Degli abitanti non conosciamo il nome ma solo il ruolo sociale, come in in certe opere medievali (per deformazione professionale mi sono venuti in mente subito The Canterbury Tales): la Verduraia, il Dottore, la Figlia del Possidente e così via. Da questo punto di vista, la struttura può richiamare anche l’ “Antologia di Spoon River”. Riceviamo una pianta del villaggio per seguire il gioco meglio – perché a questo punto iniziamo a immaginare un gioco di ruolo, tipo “Dungeons and Dragons”.
Insomma, scatta subito la caccia all’uomo. Si fa l’appello, si investigano le relazioni. Nelle relazioni scaviamo sempre più a fondo, fino alle loro parti più torbide. Si innescano dinamiche imprevedibili, si prendono decisioni brutali, si cerca un capro espitatorio. Intanto, il tempo scorre veloce: riuscirà ogni pezzo di questa storia a tornare al suo posto?
Recensione
Il primo impatto è travolgente. La scrittura di Giorgia Tribuiani si impone in tutta la sua maturità, è un fiume in piena, sorprendente, difficile da arrestare. Anche la riconoscibilità dell’autrice è chiara: la scelta di una parola sola per il titolo, il gioco di dare al protagonista un nome che inizi per G, la fascinazione per il perturbante.
Tutto il resto è nuovo: “Pezzi” è il libro più lungo che la scrittrice abruzzese abbia prodotto sinora. La trama è la più complessa, la voce la più polifonica. Le scelte, le più torbide.
La narrazione richiama i toni leggendari e a volte confusionari della narrazione orale. Ripetizioni, ridondanze, prolissità, avvitamenti, discorso indiretto libero sono presenti quasi ininterrottamente per 316 pagine. Andare avanti è qualcosa a metà tra un atto di masochismo e un gesto di devozione verso questa autrice, che ha fatto dell’indagine sul perturbante la sua bandiera, anche come docente di scrittura (da qui il saggio del 2023, “Scrivere il perturbante”).
Io sono andata avanti per devozione. E vi devo dire che da un certo punto in poi è lo stesso intreccio, con i suoi ganci, i suoi rilanci, le sue piroette e i suoi enigmi, a esigere che si proceda nella lettura. Come in un libro di Shirley Jackson siamo sospesi nella premonizione di qualcosa che sta per accadere. Questo qualcosa scivola sempre più in là, è continuamente rimandato, mentre altre cose inquietanti accadono a loro volta, in un effetto domino forse inevitabile.
Il titolo non allude soltanto ai macabri pezzi di corpo che vengono portati dai merli, ma anche a come vengono narrati i personaggi. Ogni capitolo si sofferma su un personaggio, proponendoci un pezzo – appunto – sia della storia sua, sia di quella del romanzo. Abbiamo quindi una fulminea trama verticale e una orizzontale, come nelle puntate di certe serie tv.
Il risultato è che il lettore diventa sempre più smanioso di vedere apparire il puzzle completo. Arrivata al finale, mi sono sentita come emersa da una lunga apnea. Però, sapete una cosa? Avendo imparato a conoscere i numerosi abitanti del villaggio, diventata loro amica, diciamo, ho avuto voglia di ricominciare la lettura, per godermi ancora meglio il linguaggio, i colpi di scena, le scelte.



