“Quello che so di te” – Nadia Terranova


Voto: 4 stelle / 5

Quello che so di te” è un romanzo intimo in cui l’autrice, Nadia Terranova, insegue la storia della sua bisnonna, vissuta a Messina negli anni ’20 (Guanda, luglio 2025).

Di Nadia Terranova abbiamo recensito anche “Trema la notte” e “Addio fantasmi“.

Trama di Quello che so di te

L’esperienza della maternità porta Nadia Terranova – narratrice e protagonista – a seguire la linea delle donne di famiglia che inizia dalla bisnonna. Quest’ultima, una figura abbastanza misteriosa, nel 1928, fu internata in manicomio, pur se per un brevissimo periodo. La cosiddetta Mitologia Familiare – intreccio di racconti approssimativi – non va quasi mai nella direzione corretta, ma sottolinea ed esalta i fatti, oppure li cancella, a seconda delle opportunità.

“La parola “manicomio” è per me un’invenzione dentro la scrittura. La Mitologia Familiare non l’ha mai pronunciata”.

Diventa un’esigenza ripercorrere e ricostruire il passato di una donna che appare spesso in sogno all’autrice che vorrebbe per sé e per la figlia una vita sgombra dalla paura della follia. Per questo é necessario il confronto tra ciò che si sa – o si sospetta – sulla bisnonna, e i tasselli su di essa che potranno essere portati alla luce.

Recensione

L’autrice, nella fase della vita in cui sente fortemente il bisogno di proteggere la figlia – “la (mia) bambina deve stare lontana dalla morte, ma com’è possibile essendo lei pura fisicità?” – è come vivesse in due tempi diversi. Da un lato il suo presente, dall’altro il passato e il bisogno di esplorare i luoghi della bisnonna. L’autrice cerca testimonianze a Messina, dove la bisnonna visse “perché i luoghi non stanno mai zitti”. Leggendo i faldoni del ricovero in manicomio si accorge che, con diagnosi che significano ben poco (ad esempio ” pericolosa per sé e per gli altri”) era possibile internare qualcuno. Oppure bastava essere solo “piagnucolone”, definite con un aggettivo che non rende dignità. Nell’anamnesi, che dovrebbe essere la trascrizione di come il malato si racconta, appaiono invece sostituzioni con giudizi del medico. Quale ruolo ebbero il marito e gli altri familiari nel negare la sofferenza dovuta a un aborto? Sono tempi in cui la sconvenienza esige che non se ne parli; il silenzio non solo è necessario, perfino elegante.

In questo libro le parole sono soppesate, controllate, capaci di individuare ogni sfumatura delle emozioni. Interessanti risultano gli aspetti medici soprattutto relativi al trattamento della pazzia nel passato. La vicenda personale sconfina a toccare questioni cruciali e ancora attuali. Tra questi, il tema della maternità quando le donne sono sotto la lente, ma vengono disconosciute le fragilità.

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