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“La fine” – Fredric Brown – Analisi di un mini racconto

La maestria di Fredric Brown nella narrativa breve – anzi, brevissima – di tipo fantascientifico è un dato pienamente acquisito. Per questo lo tiro spesso in ballo: puoi leggere l’analisi de La risposta, o L’unico sbaglio e tanti altri. Oggi vorrei analizzare il suo mini-racconto La fine.

Il professor Jones aveva lavorato per molti anni alla sua teoria sul tempo.

− Finalmente ho trovato l’equazione chiave − disse un giorno a sua figlia. − Il tempo è un campo. La macchina che ho costruito può manipolare questo campo, e anche invertirlo.

Mentre premeva un bottone, disse: − Questo dovrebbe far tornare il tempo indietro tempo il tornare far dovrebbe questo − disse, bottone un premeva Mentre.

− invertirlo anche e, campo questo manipolare può costruito ho che macchina La. campo un è tempo Il. − figlia sua a giorno un disse − chiave equazione l’ trovato ho Finalmente.

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La fine – Una teoria sul tempo

Nel primo capoverso ci vengono comunicati nome e professione del protagonista. È, manco a farlo apposta, uno scienziato. Il settore in cui ha concentrato i propri studi costituisce uno dei temi classici della fantascienza: il desiderio dell’uomo di manipolare il tempo a proprio piacimento. Potrebbe avere una certa età, perché si dice abbia lavorato per molti anni alla sua teoria sul tempo. Ha anche una figlia, che intravediamo di sfuggita. La sua presenza è puramente accessoria: viene introdotta per consentire al professore di formulare in termini tutto sommato semplici la propria teoria.

Non senza una certa soddisfazione – espressa da quel finalmente a inizio frase – Jones spiega alla ragazza che le sue ricerche sono state coronate dal successo (non si sa quando, poiché domina nel mini-racconto una perfida indeterminatezza temporale): ha scoperto che il tempo è un campo. Così ha costruito la solita immancabile macchina per poter manipolare questo campo, e anche invertirlo.

 

Un paradosso temporale (e non solo)

Nel terzo capoverso assistiamo alla dimostrazione pratica. Il professore viene descritto nell’atto di attivare la sua invenzione. Intanto spiega − presumibilmente alla figlia – quanto sta per accadere. Gli effetti si avvertono subito dopo la parola indietro, comprensibilmente evidenziata dall’autore. Come volesse suggerire che rappresenta una sorta di confine. Da quel momento il racconto impazzisce. Precipita nel caos. Ma soltanto in apparenza.

Per mostrare il funzionamento della macchina, infatti, Fredric Brown ricorre a una trovata decisamente originale: fa tornare indietro il racconto. Lo ripercorre a ritroso partendo dalla parola che precede l’indietro di cui parlavamo prima, fino ad arrivare alla prima, vale a dire Il. Un po’ come riavvolgere una videocassetta fotogramma per fotogramma.

La forza di questo espediente sta nella sua semplicità. L’autore ama i paradossi – temporali o di altra natura – e li traduce in immagini senza ricorrere a procedimenti cerebrali o complicati (come nel mini-racconto La risposta, che ho analizzato in uno degli articoli precedenti). Raggiunge il massimo del risultato con il minimo degli elementi.

I grandi scrittori fanno – o dovrebbero fare – così.

 

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