
Con il romanzo “Fumana”, uscito nel 2024 e pubblicato da Einaudi, Paolo Malaguti ritorna nell’ambiente del paesaggio lagunare in cui i lettori sono stati trasportati con Se l’acqua ride.
Di Paolo Malaguti abbiamo recensito anche “Piero fa la Merica”, “Il moro della cima“ e “Prima dell’alba“.
Trama di “Fumana”
La protagonista, Fumana, nell’ambiente delle acque del Polesine, in mezzo alle nebbie, è a suo agio “come un rospo nello stagno”.
Nata nel 1882 in una stalla – la madre morta di parto e un padre di cui non si hanno notizie – cresce con il nonno Petrolio in un luogo di vaste distese di acqua ferma che occupano la fetta bastarda di mondo dove i fiumi si impantanano che pare la menino in lungo prima di andare a crepare in mare. Non sai dire cosa è terra, cosa mare e cosa fiume perché tutto è impastato e confuso, calano nebbioni che restano per settimane.
Naturale per la bambina guadagnarsi il nome di Fumana, cioè nebbia. Conosce le regole della pesca Fumana, non quelle del cosiddetto vivere civile o dell’amore. La sua vita si svolge tutta là in quella nebbia che toglie le prospettive, in una terra piatta come una lapide. Quando il nonno la cerca è facile trovarla seduta sull’erba che pare un sasso coperto dal muschio.
L’incontro con Lena fa sì che la ragazza utilizzi il dono di cui madre natura l’ha provvista: diventa strigossa, cioè una segnatrice, colei che, con una serie di riti e parole segrete, può curare le persone. La vita le porterà e toglierà l’amore, sia quello per Luca che per le poche persone di cui si circonda. Fumana, forte e tenace, si farà scudo con la sua idea di libertà, in una terra dove, compresa la guerra, gli eventi giungono smorzati.
Recensione
Fumana conosce le insidie della valle quando di notte va a pescare con il nonno, ma la nebbia è una sorta di protezione contro tutto ciò che si trova al d fuori.
Era cresciuta in un mondo in cui non c’era niente di dritto, di preciso. I fiumi erano tutti un’ansa, un ozioso, un perpetuo andirivieni, le valli mescolavano mirabilmente bagnato e asciutto, dolce e salato, vita e morte, in un groviglio eterno e indissolubile che da sempre le era parso magico.
Nella solitudine assoluta che ricerca soprattutto in tarda età, Fumana trova un equilibrio che non appartiene alla vita degli uomini: nella valle esistono solo i cambiamenti relativi alle stagioni.
Le immagini del libro sono reali e potenti; sì, anche quelle filtrate che ci riportano alla memoria la nebbia che fece da sfondo a tanti film degli anni 70. La minuzia descrittiva dell’autore, la delicatezza di un linguaggio raffinato tra italiano e dialetto, mi hanno affascinato.
Paolo Malaguti, sia che ci porti sui monti con “Il moro della cima” o in un altro continente con “Piero fa la Merica“, ci fa vivere gli ambienti, ce li fa odorare e toccare. E, inoltre, come non essere toccati dalla forza di Fumana e di Lena, o dalla rude tenerezza di Petrolio? O da un mondo lontano, così ricco di sfaccettature: le regole arcaiche, l’essere umano e la natura, la conquista della libertà per arrivare all’essenziale?
Il romanzo decolla dalla prima pagina e arriva all’ultima con una narrazione senza cadute di tensioni o concessioni alla noia.



