“La cognizione del dolore” – Carlo Emilio Gadda

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Voto redazione

5 stelle

Data di pubblicazione

19 Apr, 2022
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7

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Morta la madre nel 1936, Carlo Emilio Gadda decide di affrontare il nucleo della propria nevrosi familiare con la stesura, nel corso del 1937, di uno dei capolavori della narrativa del Novecento: “La cognizione del dolore”. La stesura risale al 1937, la prima edizione in volume al 1963 e la versione ultima del romanzo al 1971. Anche l’edizione definitiva è incompiuta, anzi l’incompiutezza è il tratto distintivo della produzione di Gadda. Il che a dire che l’insieme dell’opera gaddiana non solo traduce il caos, ma l’impossibilità di dominarlo circoscrivendolo nella concretezza della scrittura.

Trama de La cognizione del dolore

D’obbligo spiegare il significato del titolo. “Cognizione” rimanda a un graduale percorso di conoscenza. “Del dolore” significa delle cause della sofferenza di Gonzalo (e di Gadda). Un ingegnere nevrotico, afflitto da una depressione maggiore, misantropo e facile all’ira vive con la madre settantenne in una villa in un paese immaginario dopo la morte del capofamiglia e del fratello, vittima di una guerra imprecisata.

Intorno alla coppia disfunzionale madre – figlio gravitano numerose comparse e comprimari tra cui spicca il medico locale, emblema del Positivismo, unica chiave di lettura della realtà. In prossimità della conclusione avviene un fatto di sangue, una morte annunciata. I presunti responsabili vengono individuati dalle autorità locali che devono sbrogliare una matassa più complicata del previsto.

Recensione

Il violento conflitto psicologico tra madre e figlio è giocato in primo luogo nella diversa gestione dello spazio simbolico della villa. Perché la madre apre lo spazio della casa a contadini e bambini cui dare lezioni di francese, in qualità di ex insegnante. Il figlio, di contro, concepisce lo spazio domestico come luogo chiuso capace di proteggerlo dalla volgarità dell’esterno.

Se la prima intende alleviare la sofferenza per i lutti familiari aprendo verso l’esterno le porte di casa, il secondo è roso dalla gelosia per quanto la madre fa per gli altri.

La disponibilità sociale della donna, inoltre, quando si scontra con il desiderio di chiusura del figlio produce le occasioni per lo scarno sviluppo della vicenda. Uno dei temi del romanzo riguarda la famiglia borghese minata al suo interno dalla nevrosi e dall’incomunicabilità.

A fine lettura emerge con cristallina evidenza una sola certezza: un pessimismo senza riscatto, il cui unico senso è la morte. Sul piano linguistico compare il consueto e gaddiano pastiche tra lingua letteraria, dialetti ed una spolverata di spagnolo ai fini di una deformazione comica di personaggi e situazioni. Un romanzo complesso e cupo che – per la demistificazione di maternità e famiglia – accomuna Gadda a Umberto Saba, Italo Svevo e soprattutto a Franz Kafka.

Isabella Fantin

Recensore

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Laurea in Cattolica, docente alle Superiori, vivo a Milano nel tormento della movida e mi rifugio nella pace della Toscana.

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