“Operazione Shylock” – Philip Roth


Voto: 5 stelle / 5

Ad aprile 2026 Adelphi ha continuato la sua opera di ritraduzione delle opere di Philip Roth scegliendo “Operazione Shylock”, del 1993, che vinse il PEN/Faulkner Award for fiction e che doveva rappresentare l’abbandono delle scene da parte dello scrittore. La nuova edizione è tradotta da Ottavio Fatica e gode della prefazione di Emanuele Carrère.

Di Philip Roth abbiamo recensito anche “Lamento di Portnoy”, “Il complotto contro l’America”, “Pastorale americana”.

Trama di Operazione Shylock

Nella sua biografia di Philip Roth (Einaudi 2022), Blake Bailey racconta che a suo tempo il critico letterario John Updike consigliò “Operazione Shylock”, appena uscito, a “chiunque sia interessato a (1) Israele e annessi e connessi; (2) gli sviluppi del romanzo post-moderno; (3) Philip Roth”. Sono pienamente d’accordo con lui: trovo che limitarsi a raccontare la trama sia superficiale e riduttivo.

“(…) perché condividiamo l’eredità di un lascito drasticamente biforcuto”

Se lo trovate più rassicurante, posso iniziare a raccontarvelo come fanno tutti, ossia con il tema del doppio, il controspionaggio, il dubbio tra realtà e finzione… Philip Roth scrittore scopre che in Israele c’è un altro Philip Roth che al posto suo prende una posizione politica ben precisa e ha un piano per evitare un secondo Olocausto nel Medio Oriente. Il pretesto narrativo per esplorare questo argomento è il processo al criminale di guerra Ivan Demjanjuk, associato al campo di sterminio di Treblinka. Ma, sinceramente, ci ho visto molto di più.

Recensione

Sì, d’accordo, anche Blake Bailey accenna a un paio di episodi che potrebbero aver fornito lo spunto per immaginare un alter ego in giro per il mondo. Io l’ho trovato un semplice pretesto per dire tanto altro. “Operazione Shylock” racconta del fenomeno di dissociazione identitaria di un intero popolo.

“Ma George era determinato a risolvere una volta per tutte la questione dell’io diviso, e questo significava, come spesso succede, un’intemperanza punitiva.”

Sicuramente, “Operazione Shylok” non è un romanzo da leggere come se fosse un libro di spionaggio. Non avrete un ritmo incalzante, non avrete l’aggancio dell’azione. È un lungo romanzo simbolico, in cui il dubbio e l’indagine sono solo uno specchietto per le allodole.

Philip Roth ha giocato molto sull’ambiguità: nel libro, sottotitolato “Una confessione”, dichiara che la confessione è falsa. Poi, invece, in più occasioni lo ha definito “il più accurato resoconto possibile” delle sue esperienze in Israele nel 1988. Infatti, a un certo punto il libro è entrato nella categoria nonfiction.

“No, il carattere di un uomo non è il suo destino; il destino di un uomo è lo scherzo che la vita fa al suo carattere”.

Perché tutto questo pasticcio? Se leggete il libro, che tra l’altro doveva rappresentare il suo addio alle scene, apparirà chiaro. Philip Roth prende un argomento che è spinosissimo e controverso ancora ai giorni nostri: l’antisemitismo. Lo fa con veemenza: dà spazio a diversi rappresentanti di questo sentimento, esprimendo l’odio, l’esasperazione, le filosofie di entrambe le parti.

“(…) questo è l’ebreo dell’Europa, l’ebreo espulso nel 1290 dagli inglesi, l’ebreo bandito nel 1492 dagli spagnoli, l’ebreo terrorizzato dai polacchi, massacrato dai russi, incenerito dai tedeschi, respinto dagli inglesi e dagli americani mentre i forni ruggivano a Treblinka”

Philip Roth, che non si è “mai considerato (…) uno scrittore americano ebreo o ebreo americano (…) non più di quanto, presumo, Theodore Dreiser o Ernest Hemingway o John Cheever si siano mai considerati scrittori americani cristiani o cristiani americani” (cerimonia del National Book Awards, 2002), mette in bocca a un suo alter ego provocazioni e scelte ferme, anche estreme, in difesa di un popolo, e contemporaneamente dà voce alla controparte, dando vita a un romanzo in cui tutti hanno torto, perché mossi ciecamente dall’odio e dal pregiudizio.

“Ecco Michael, che ha il diritto, glielo dice l’istinto di adolescente americano, di appartenere a una nuova generazione ingrata, astorica e libera; ed ecco un altro padre nella straziante storia dei padri, il quale pretende che tutto quanto c’è di ciecamente egoistico in un giovane figlio capitoli di fronte al suo bisogno di adulto di placare lo spettro del padre che aveva offeso con il suo egoismo.”

La comunità ebraica raccontata in “Operazione Shylock” è una comunità divisa, che non riconosce sé stessa: una separazione generazionale e geografica, che rende ancora più chiaro che i conflitti così lunghi sono sempre pagati dai figli.

Un libro profondo e pieno di amarezza, da leggere come sintesi storica e sociale di sentimenti difficili da sradicare.

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