“Pablo Escobar” di Domenico Vecchioni

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La biografia “Pablo Escobar. Vita, amori e morte del re della cocaina” di Domenico Vecchioni (Diarkos editore, 2021) propone all’attenzione del lettore la parabola di uno dei più grandi criminali della storia contemporanea, analizzando le diverse sfaccettature di una figura tristemente iconica.

Ringraziamo la casa editrice per la copia cartacea in omaggio.

Trama di Pablo Escobar

Delinquente comune, contrabbandiere, rapitore, politico, padre di famiglia e tombeur de femme, benefattore e narcotrafficante. Ma l’elenco è molto più lungo. Il criminale, forse, più studiato e raccontato che di recente, colonizzati film, serie tv, fiction e musica rap, nel suo Paese ha dato perfino origine al fenomeno del narcoturismo.

L’autore

Se date un’occhiata al corpus di libri scritti da Domenico Vecchioni – alle spalle una prestigiosa carriera diplomatica e numerose onoreficenze per meriti civili-, la scelta di ripercorrere “Vita, amori e morte del re della cocaina” non sorprende.
Infatti, è opportuno rilevare che la sua produzione verte principalmente su personaggi straordinari del XX secolo che nel bene o nel male hanno fatto la storia e riguardo ai quali, a detta dell’autore, “non è stato ancora detto o raccontato tutto”.
Dittatori, tiranni, statisti, politici, grandi truffatori, spie o figure controverse come Rasputin, cui Vecchioni ha dedicato una monografia investigativa.

In questa lista non poteva mancare Pablo Escobar.

Presentazione del libro

La biografia, articolata secondo lo schema tradizionale (origini, tratti della personalità, ascesa, caduta e morte) è incastonata tra una premessa e un epilogo.

La prima tratteggia, a partire dall’indipendenza dalla Spagna nel 1819, la storia della Colombia caratterizzata da un’endemica fragilità politica inasprita dall’affermazione di gruppi guerriglieri.

Il secondo contiene un profilo della situazione attuale del narcotraffico che, con un netto cambio di rotta rispetto all’era Escobar, continua mimetizzato ad agire nella società civile. Non a caso i narcotrafficanti di ultima generazione sono detti “gli invisibili”.

Guerre civili, colpi di stato, squilibri sociali. Un’altalena di scontri tra liberali, conservatori, gruppi paramilitari di ispirazione maoista e castrista che indeboliscono le istituzioni, controllando vasti territori con la violenza.
In questo quadro sociale mutevole, dove la sub cultura criminale detta legge, matura e cresce l’impero di Escobar.
Un paese, la Colombia, lontano da quello incantato di García Márquez, più simile ad una “terra bellissima e disgraziata” per usare le parole che Paolo Borsellino dedica alla sua Sicilia. Il centro urbano meno sicuro al mondo, Medellín: la città dell’eterna primavera.

Ritratto di un sociopatico

Il carattere di Escobar viene presentato secondo due direttive principali. Da un lato grandiosità, arroganza, carisma. Dall’altro anaffettività, cinismo, crudeltà. Sospettosità e irascibilità costanti accompagnate da modalità comportamentali megalomaniche.
Fin dalla prima adolescenza, leader nato, impara in fretta a guadagnare senza lavorare, spinto da una predisposizione all’illegalità e spirito di iniziativa non comune.

“In Pablo albergava fin dall’inizio una personalità criminale, era nato per essere un bandito in un Paese dove la violenza era diventata endemica e la vita umana aveva perso ogni carattere di sacralità”

Un criminale in carriera

Dopo un apprendistato a delinquere di tutto rispetto e il flop della parentesi politica, il salto di qualità nel mercato della cocaina, quando questo genio del male intuisce la necessità di controllare l’intero processo produttivo per moltiplicare i guadagni. Riuscirà ad accumulare una liquidità senza precedenti, di cui tuttora si favoleggia.

“Criminale per vocazione naturale e assassinio seriale senza emozioni”

La lotta contro il governo di Bogotà per eliminare la Spada di Damocle dell’estradizione. Il passo falso di un attentato dall’effetto boomerang. Gli ambigui rapporti con Castro e Noriega. Il tentativo di ammantare la sua attività criminale con una colorazione patriottica, per giustificare la sua opposizione al trattato di estradizione Colombia-Usa. Lo scontro all’ultimo sangue con il cartello di Cali.

La fine di una funambolica latitanza, avallata da una logistica capillare, quando le istituzioni per mettere la parola fine ad una scia di intimidazioni ed attentati decidono di reagire con il pugno di ferro e il sostegno dell’opinione pubblica.

Recensione

Per tracciare la carta sismica della vita di Pablo Escobar, Domenico Vecchioni gioca contemporaneamente su campi diversi, modulando l’ indagine tra storia e politica, economia e diritto, criminologia e psicologia comportamentale con sorprendenti camei aneddotici.
Particolarmente interessanti, e forse meno conosciute i segmenti dedicati all’adolescenza, al rapporto con i genitori e con l’enclave dello sfruttamento dei celebri smeraldi colombiani.
Costante l’intreccio tra micro e macro Storia.

Il linguaggio scorrevole è privo di quelle eccessive semplificazioni che talvolta la divulgazione comporta.

Hanno scritto su El patrón del mal

Dunque, rispetto alle più recenti pubblicazioni sul boss del cartello di Medellín- presenti nella bibliografia tra le fonti -, Vecchioni sceglie un approccio pluridisciplinare dal taglio oggettivo.

Un punto di vista diverso dalla biografia della moglie, volta a spiegare all’opinione pubblica il suo ruolo difficile, tra appartenenza e opposizione, in un matrimonio complicato e doloroso. Diverso da quelle del figlio che ha scelto il viatico della giustizia riparativa. Dai reportage da cinema hollywoodiano degli agenti speciali, che hanno condotto una lunga e pericolosa caccia all’uomo.
Mi sento di affermare che gli aspetti più interessanti di “Pablo Escobar. Vita, amori e morte del re della cocaina” di Domenico Vecchioni siano due. La ricchezza di informazioni. Il tentativo di smantellare il mito perverso di don Pablo.

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Laurea in Cattolica, docente alle Superiori, vivo a Milano nel tormento della movida e mi rifugio nella pace della Toscana.

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