
Nell’universo di Georges Simenon la vita dei personaggi deboli e vigliacchi non è mai un fiume tranquillo. Piena di misteri, crepe, impennate di chi il coraggio non riesce a trovarlo, culmina in gesti disperati che ne deviano il corso per sempre. Un esempio è il noir “Delitto impunito” del 1953, riproposto da Adelphi (Adelphi Editore 2023, traduzione di Simona Mambrini, 184 p.).
Di Georges Simenon abbiamo recensito anche “Maigret e il corpo senza testa“, “Il dottor Bergelon“, “Le sorelle Lacroix“, “Pietr il Lettone“, “Maigret si sbaglia“, “Marie la strabica”, “L’amica della signora Maigret” e “Il treno“.
Trama di Delitto impunito
Una vedova, con figlia a carico, tiene a pensione una manciata di studenti. Quello che alloggia da più tempo è l’introverso e squattrinato Élie che ha trasformato la sua camera in una tana. L’arrivo di Michel, un giovane che si mangia la vita con la disinvoltura di chi non conosce privazioni, stravolge le abitudini della piccola comunità. La padrona di casa è tutta ringalluzzita a fronte di nuovi introiti. Élie invece soffre:
“Non sarebbe stato difficile sistemare le cose, ma lui non voleva che le cose si sistemassero. Anzi desiderava che il nuovo arrivato restasse un estraneo in quella casa“
Michel si stupisce:
“Per uno come lui, abituato a essere amato, doveva risultare inconcepibile che qualcuno senza motivo si ostinasse a restargli ostile”
In questo clima claustrofobico di desideri repressi e inespressi, il protagonista matura l’intenzione di eliminare l’intruso.
Recensione
Forse Élie non salirà sul podio del codardo più affascinante creato dallo scrittore belga, però ci manca poco. È una figura complessa, impantanata in un narcisismo infantile, ma grande nella miseria morale perché – messo di fronte alla responsabilità di scegliere – opta sempre per la soluzione peggiore. La sua è una viltà vischiosa e ricorsiva. Si dipana nel tempo in diversi scenari che diventano specchio del suo obiettivo: mantenere il suo angolino, la sua comfort zone, senza disturbare nessuno.
Il lavorio mentale che precede l’esecuzione di un piano folle ha su di lui l’impatto di una tempesta. Ma l’attenzione si concentra in modo equo nel dopo tempesta quando, a distanza di decenni, incontra il rivale di cui pensava di essersi sbarazzato. A questo punto lo sconcerto scatena un’altra tempesta: quella del dubbio e dei ricordi intrusivi. Simenon non intinge la penna nel moralismo per giudicare buoni e cattivi. A lui interessa capire le ragioni che trasformano in assassino un uomo qualunque senza ansia di redenzione. Un finale col botto.



