
Nel pomeriggio di giovedì 29 giugno 1613 il Globe Theatre andò a fuoco. Alcuni colpi a salve sparati durante uno spettacolo avevano bruciato la paglia del tetto e l’incidente segnò la fine della carriera teatrale di William Shakespeare. Quando il Globe fu ricostruito, il drammaturgo non era già più tra i suoi azionisti. Tre anni dopo morì. Il dramma che era stato messo in scena quel 29 giugno aveva solo un paio di repliche all’attivo e finì per essere il suo penultimo, tra l’altro anche frutto di una collaborazione con il giovane John Fletcher. Si trattava di “All is true”, che oggi è chiamato semplicemente “Enrico VIII”.
Di William Shakespeare abbiamo recensito anche “Macbeth”, “Otello”, “Tito Andronico”, “Molto rumore per nulla”, “Sogno di una notte di mezza estate”, “Giulio Cesare” e alcuni sonetti.
Cos’è “Enrico VIII”
Il dramma è ambientato prevalentemente nel 1533, l’anno in cui Enrico VIII sposò Anna Bolena facendo dichiarare nullo il matrimonio con Caterina d’Aragona – senza l’approvazione del Papa – e risultando sostanzialmente bigamo per un breve lasso di tempo.
La ricostruzione è accurata, infatti pare che William Shakespeare abbia attinto alle cronache dello storiografo Raphael Holinshed. In “Shakespeare: una biografia” di Peter Ackroyd viene descritta una scenografia talmente reale e sfarzosa che sembrava di stare a corte. C’è anche un accenno ai figli che Caterina d’Aragona ha perso, di cui in genere si parla poco.
Punti di forza
Nell’“Enrico VIII” spiccano i personaggi collaterali alla corte. Conosciamo il cardinale Wolsey, consigliere del re che fallì le trattative per l’annullamento del matrimonio con Caterina, procurandosi un’accusa di alto tradimento; e l’arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer, che invece lo fece (e fu scomunicato dal Papa quando rifiutò di annullare quello con Anna Bolena).
Come fa notare Peter Ackroyd, Wolsey riceve uno spessore psicologico sganciato dal pregiudizio. Per i protestanti, infatti, Thomas Cranmer diventò il primo martire, mentre su Wolsey girò addirittura la diceria che stesse rallentando apposta le operazioni di divorzio.
Si respira bene l’atmosfera di costante rischio e complotto, infatti Ackroyd riferisce che l’intrigo a corte è tra le parti attribuite a Shakespeare con maggior certezza. Come i suoi drammi più intricati, comunque, è un attimo perdersi tra i personaggi, se non li si conosce bene. Per capire meglio le differenze fra Wolsey e Cranmer io mi sono dovuta aiutare con un altro libro e internet.
Infine, nonostante la memoria collettiva abbia conservato un’idea negativa di Anna Bolena, William Shakespeare sta attento a dipingere entrambe le donne come vittime della situazione, senza sbilanciarsi in giudizi troppo negativi.
Però, però, però…
Mi ha sorpreso non trovare nessun riferimento alla nascita della Chiesa anglicana. Il 1534, anno dell’Act of Supremacy, è fondamentale per lo scisma dalla Chiesa cattolica e in questo dramma vediamo solo pochi, minimi riferimenti al Papa. Invece ci sono più allusioni alla lussuria di un cardinale o alla gloria della nascitura Elisabetta che alle conseguenze sulla corona. Eppure, proprio il matrimonio con Anna Bolena provocò la scomunica del Papa e il conseguente scisma.
La distanza temporale era un po’ la stessa che separa noi dalla seconda guerra mondiale: un po’ di consapevolezza forse poteva esserci. Sembrava più importante mantenere pulita la figura della spagnola Caterina d’Aragona, la moglie ripudiata: come spiega Peter Ackroyd , nel 1613 Giacomo I stava facendo di tutto per perseguire la pace con la Spagna.
Se prima si ripassa un pochino di storia anglicana, questo dramma può essere letto con molta curiosità e apprezzato.



