
Einaudi accoglie di nuovo la penna di Murakami Haruki, così come per altri suoi scritti appartenenti alla collana Super ET. In particolare, con il romanzo “La ragazza dello Sputnik” (1999) lo scrittore giapponese prende per mano il lettore e lo conduce cautamente, a piccoli passi, nel suo mondo di profondo simbolismo e introspezione.
Il velo del sogno avvolge la narrazione e si insinua tra la realtà e il pensiero lasciando a chi legge il compito di decifrare gli avvenimenti mentre accadono.
Di Murakami Haruki abbiamo recensito anche “After dark”, “Kafka sulla spiaggia”, “L’arte di correre”, “Norvegian wood“, “A sud del confine, a ovest del sole”, “1Q84” e “L’incolore Tazaki Tsuruku e i suoi anni di pellegrinaggio”.
Trama de La ragazza dello Sputnik
Sono tre i personaggi principali attorno ai quali verte la narrazione, tre vite inizialmente distanti ma che si intrecciano inevitabilmente durante il dispiegarsi della storia. Prima tra tutti la voce narrante veste i panni di un giovane ragazzo giapponese da tempo tacitamente innamorato dell’amica Sumire. Pur non corrispondendo il suo amore, Sumire ritrova nel loro rapporto una vera forma di amicizia che le permette di confessargli l’incontro avvenuto con una sconosciuta.
Myu è una donna adulta e affascinante davanti alla quale Sumire inizia a perdere ogni sua certezza fino ad innamorarsene perdutamente. Le due iniziano a lavorare insieme e presto intraprendono un viaggio tra la Francia, l’Italia e la Grecia. Sumire continua la sua corrispondenza con il protagonista rivelando il suo incessante anelito verso Myu.
Quella che sembra una classica storia di amori non corrisposti, viene troncata però da una notizia; la scomparsa improvvisa di Sumire su un’isola greca. Sotto richiesta di Myu, il protagonista accorre in Grecia e inizia la ricerca dell’amica che porta al ritrovamento di due documenti scritti da Sumire. Nel corso delle settimane, infatti, la ragazza aveva raccolto una serie di riflessioni e racconti, culminando con la rivelazione del segreto di Myu, il vero motivo per cui non era più in grado di riavvicinarsi fisicamente a qualcuno.
Il protagonista fa ritorno in Giappone, abbandonando le speranze di ritrovare l’amica, nonostante sia convinto della sua sopravvivenza. Il libro si conclude, infatti, con una chiamata inaspettata ricevuta dalla voce narrante e dall’altro capo della linea la voce di Sumire che riecheggia nella stanza, senza conoscere la linea di confine tra realtà e sogno.
Recensione
“La ragazza dello Sputnik” è una parentesi, un attimo di sospensione, di attesa e di impossibilità di raggiungere l’altro. Ogni personaggio cammina lungo la propria storia, esiste nel mondo percorrendo il tragitto che gli appartiene, a volte scontrandosi per poi riallontanarsi, come un mero sfiorarsi di dita.
Il protagonista rincorre Sumire, rincorre l’attrazione fisica che lo spinge verso di lei, rincorre l’amore incondizionato nei suoi confronti. Allo stesso tempo Sumire si allontana, inciampata nell’orbita di Myu, sospinta dal turbine frenetico di nuove emozioni. Così anche Myu è in fuga, incespica per scappare dall’interesse che Sumire mostra verso di lei e che fa riaffiorare ferite del passato.
In questa corsa senza fine i personaggi però sembrano essere immobili, vivi nei loro dolori e nei loro pensieri, in grado di respirare nella loro bolla per poi boccheggiare una volta fuori. Ognuno veste la sua solitudine con naturalezza, perché non si è che questo, anime sole che si cercano l’un l’altra per poi perdersi.
“E in quel momento capii. Eravamo state meravigliosamente compagne di viaggio, ma in fondo non eravamo che solitari aggregati metallici che disegnavano ognuno la propria orbita. In lontananza potremmo anche essere belle a vedersi, come stelle cadenti. Ma in realtà non siamo che prigioniere, ognuna imprigionata nel proprio spazio, senza la possibilità di andare da nessun’altra parte. Quando le orbite dei nostri satelliti per caso si incrociano, le nostre facce si incontrano. E forse, chissà, anche le nostre anime vengono a contatto. Ma questo non dura che un attimo. Un istante dopo, ci ritroviamo ognuna nella propria assoluta solitudine. Fino al giorno in cui bruceremo e saremo completamente azzerate”.
Nella ricerca dell’altro, la realtà lascia spazio al sogno e l’illusione che tingono la narrazione spingendo il lettore verso luoghi raggiungibili solo con la mente. Il romanzo inizia con un tono di realismo seguendo una narrazione dei fatti per lo più limpida, ma la scomparsa di Sumire apre le porte del mondo onirico tipico di Murakami in cui immaginazione e verità si intrecciano in una danza inesorabile, fondendosi l’una nell’altra.
La protagonista
La figura stessa di Sumire è avvolta da un’aurea di misticismo che culmina nella sua scomparsa, tuttavia specialmente nella sua assenza continua ad intridere la vita del protagonista e di Myu con un alone di dubbio. Anche il racconto ritrovato, che spiega il vero motivo per cui Myu teme la fisicità, appare come un sogno ad occhi aperti. Viene descritto dal libro come realtà, ma lascia spazio allo stesso tempo ad un forte senso di incredulità.
Proprio questo lato onirico della narrazione, fa sì che il protagonista immagini Sumire in un altrove lontano dove può vivere a pieno i suoi istinti e incontrarsi con Myu senza la paura di perdersi.
“Pensai che forse, in qualche luogo lontano, tutte le cose sono già segretamente perdute. Se non altro, esiste un posto tranquillo dove le loro immagini possono sovrapporsi fino a fondersi in una sola. Vivendo, non facciamo che scoprire una dopo l’altra queste corrispondenze, trascinando verso di noi i loro fili sottili.”
Da questo luogo lontano sembra arrivare la chiamata di Sumire che conclude il romanzo, una chiamata in cui i due amici si ritrovano vicini, tirati dai fili della vita. Una chiamata che da un lato il lettore si aspetta, ma che per questo motivo non crede fino in fondo. Sumire ha veramente chiamato? O, sotto la stessa luna, il protagonista ha chiuso gli occhi ed è caduto nell’altrove?
Chiara Berettoni



