
Ho impiegato dodici giorni a leggere questo libro. Mi serviva un romanzo su una casa infestata per un paio di challenge e mi sono detta, Stephen King non lo leggo mai, l’horror non lo leggo mai, proviamo allora con questo “Mucchio d’ossa” e vediamo come va.
Dodici giorni percepiti come un mese, seicento pagine percepite come 1200.
Il romanzo è del 1998, arrivato in Italia con Sperling l’anno dopo e nel 2001 è uscita l’edizione paperback che ho preso io in biblioteca, con in copertina l’annuncio dell’imminente uscita di “On writing”. Dal 2011 è una miniserie televisiva.
Di Stephen King abbiamo recensito anche “22.11.1963”, “Gli occhi del drago”, “Incubi e deliri”, “Revival”, “The Dome”, “Laurie”, “Carrie”, “Joyland”, “Pet Sematary” e “Misery”.
Trama di Mucchio d’ossa
Un vedovo con il blocco dello scrittore cerca di ritrovare sé stesso a Sara Laughs, la casa sul lago dove lui e sua moglie hanno passato moltissimi momenti felici.
Morti e vivi si mescolano in una storia d’amore che lascia intravvedere una rinascita, e che invece ha con sé il marchio di una maledizione antica cent’anni.
Recensione
Ho passato talmente tanto tempo in questo libro, che ho fisicamente bisogno di mettere in ordine le idee per potermene liberare. Perché un libro su una casa infestata un po’ infesta anche te.
La sintesi di questa recensione è: mi è piaciuto, però è troppo lungo.
Adesso, se volete, potete scorrere per i dettagli.
Mi è piaciuto perché Stephen King ha questo ritmo tutto suo nel descrivere i personaggi e far progredire le scene e le azioni, specie quelle più interessanti. Nello specifico, qui abbiamo episodi paranormali, alcuni dei quali funzionano bene e ne ho le prove: ci ho ripensato, sveglia di notte e pure sola in casa, e mi è venuta la pelle d’oca.
Il romanzo è strutturato quasi come un’escape room: il lettore è preso dalle piccole illuminazioni utili per risolvere il caso e legge, legge, legge.
Cosa non mi è piaciuto? La lunghezza quasi soffocante. Ci sono libri da cui non vorresti uscire mai; io non vedevo l’ora di uscire da questo. Una sottotrama complessa, con numerosi personaggi, chiede molto spazio, memoria e impegno. Non sono riuscita a distinguere i vari ruoli, probabilmente ho sottovalutato la presenza di tante persone e non le ho visualizzate bene sin dall’inizio. C’è un’ulteriore sottotrama che sembra partire e poi invece viene abortita.
Infine ho trovato la lingua troppo colloquiale, impegnata a produrre metafore e similitudini anche in momenti non necessari.
Sullo sfondo ci sono i temi della discriminazione razziale e delle leggi sull’affido dei minori. Nel complesso, il libro mi è piaciuto per i suoi riferimenti psicologici e per l’indagine nel Male che l’autore concede a sé stesso e a noi.



